Gli amori di una bionda. Torna al cinema il capolavoro del primo Forman

Gli amori di una bionda è un film in bilico. Sospeso a mezz’aria, si muove con grazia sul filo che separa il dolce dall’amaro, il tragico dalla risata. Il terzo lungometraggio di Milos Forman è diretto alla stregua di un documentario. Alla base del progetto, la preoccupazione di far luce su questioni sociali importanti adoperando, mescolandoli, attori professionisti e non-attori. Il titolo è imbevuto di delicata ironia. Utilizzando il plurale “amori”, Forman suggerisce l’idea di una protagonista dall’instancabile vita mondana, una ragazza degli anni Sessanta dedita al sesso libero. Allo stesso tempo “una bionda” sembra indicare un ruolo femminile stereotipato, quello di una sciocca infrangicuori poco a conoscenza del suo potere seduttivo. La protagonista del film, la bionda Andula (Hana Brejcova), è piuttosto sciocca.

Inizialmente la giovane fa a pezzi il cuore di un giovane centauro, ritraendosi da lui senza un perché. E tuttavia, a fine pellicola, il cuore infranto sarà il suo, non quello dell’amante di cui si è invaghita. L’ultima immagine che ci resta di lei è quella di una ragazza triste e molto sola indaffarata a sgobbare tra gli scaffali di una catena di montaggio. Un sorriso accompagna le disavventure dell’operaia, labbra all’insù pronte a ripiegarsi in lacrime e broncio, mutando il film da commedia ironica a parabola tragica (e romantica) sul senso della vita.

Gli amori di una bionda esordisce con una premessa intelligente, ricca di potenziale comico. Nella provincia di Praga, presso lo stabilimento dove Andula lavora, le donne superano gli uomini 19 a 1. Il proprietario della fabbrica implora un sollievo per le sue lavoratrici: inviare dei soldati nei pressi della manifattura sì da provocare quella vita d’amorosi sensi in grado di sollevarle dalla solitudine quotidiana. La burocrazia risponde inviando un reggimento di uomini verso l’entroterra. Arrivano i nostri… ma sono solo riservisti di mezza età! E tuttavia gli uomini sono uomini e le donne sono donne. C’è una danza spassosa in cui un trio imbranato di aspiranti Romeo tenta di abbordare Andula e le sue amiche. Nel frattempo qualcun altro, un giovane pianista, ha ricambiato lo sguardo della nostra Giulietta. Milda (questo è il nome dell’occasionale principe azzurro) e la bionda passano la notte insieme, ma nell’aria c’è troppa tristezza. Cicatrici di vene recise, ferite dell’anima, poca fiducia dell’una nell’altro. Se la commedia deriva dai luoghi e dalle situazioni, il tragico proviene dalla forma complessiva della pellicola.

Gli amori di una bionda è un gioiello degli anni Sessanta. In grado di raccontare la classe operaia con uno stile tutto british, parla d’amore con la dolcezza suadente del cinema francese e dimostra una propensione tutta italiana per il neorealismo. La fotografia di Miroslav Ondricek ci regala momenti di assoluta improvvisazione e luminosi primi piani, portando alla luce uno stato d’animo di matrice impressionista in grado di sedurre lo spettatore. Il film si apre sulle note orecchiabili di Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli e si chiude su un assolo morbido di chitarra. Una melodia malinconica inonda lo schermo diffondendo un sentimento di desiderio inappagato misto a solitudine. Si è conclusa la stagione del romanticismo, l’età della speranza è finita. Gli amori di una bionda torna nelle sale italiane in versione restaurata da lunedì 10 aprile. Non perdetelo.

Chiara Roggino

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