TRA ALTA GRADAZIONE ALCOLICA E BASSA INTENSITÀ RETORICA “L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA”, KAURISMÄKI RIFÀ IL MIRACOLO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Il finlandese Aki Kaurismäki è un cineasta fumantino, facile alle scenate. Per dire: due mesi fa, alla Berlinale, non è neanche voluto salire sul palco per ritirare l’Orso d’argento per la migliore regia, da lui considerato un premio minore, quasi un’offesa. Non sta bene comportarsi così, e tuttavia un po’ si può capirlo: “L’altro volto della speranza”, nelle sale da giovedì 6 aprile con Distribuzione Cinema, è davvero un film straordinario per come intreccia le risorse del “fattore umano” con la denuncia di una certa xenofobia crescente, senza rinunciare all’ironia “fredda” che molti hanno provato a copiare. Kaurismäki ne parla come del secondo capitolo, dopo “Miracolo a Le Havre”, di una trilogia possibile sui temi della solidarietà, del rispetto e della curiosità. “È una storia onesta e venata di malinconia, ma trainata dal senso dell’umorismo” la definisce l’autore, e dice bene. Anche qui succede un piccolo “miracolo”. In una Helsinki tipicamente “alla Kaurismäki”, dove gli oggetti della contemporaneità elettronica o digitale convivono con arredi, abiti, acconciature e automobili degli anni Sessanta o giù di lì, avviene l’incontro cruciale tra i due personaggi centrali della vicenda.
Khaled, ovvero Sherwan Haji, è un giovane rifugiato siriano che vediamo affiorare dal carbone, dentro la stiva di una nave mercantile. Ad Aleppo ha perso tutta la famiglia, tranne la sorella, di cui però si sono perse le tracce, l’uomo avrebbe diritto all’asilo politico, ma, dopo un’indagine sommaria, le autorità decidono di rimpatriarlo in Siria. Non gli resta che scappare, con l’aiuto di una finlandese, dal centro di prima accoglienza dove attende l’arrivo della polizia.
Wilkström, ovvero Sakari Kuosmanen, è un maturo rappresentante di camicie. Ha appena mollato la moglie che beve troppo, vende la merce in giacenza, con quei soldi si avventura in una rischiosa partita a poker, vince un nutrito gruzzolo di euro col quale acquista un ristorante triste e con pochi clienti, “La pinta d’oro”. L’idea è di rilanciarlo, di inventarsi, a 60 anni, una nuova vita.
Avrete capito che Khaled, pure braccato dai naziskin locali, finisce per caso nei paraggi della trattoria; il taciturno Wilkström lo raccoglie, lo sfama, gli dà un lavoro e un rifugio per dormire. Il resto vale la pena di scoprirlo strada facendo.
Kaurismäki chiama a raccolta alcuni dei suoi attori prediletti, anche in ruoli minori, ma lo sguardo non è mai artificioso, cinefilo in senso stretto. Il tono squisitamente surreale, che poi consiste nell’osservazione arguta di un certo mondo scandinavo, si mischia ad affondi realistici, di taglio quasi politico. Non per niente il regista spiega: “Con questo film faccio del mio meglio per mandare in frantumi l’atteggiamento europeo di considerare i profughi o come vittime che meritano compassione o come arroganti immigrati che invadono le nostre società”.
Ma naturalmente la bellezza del film non sta nell’accusa in senso stretto, bensì nel delicato, quasi miracoloso, equilibrio estetico della favola semi-realistica. Dietro il tono imperturbabile, in bilico tra stupore e sarcasmo, si cela uno sguardo partecipe sulla condizione proletaria, anche un rigore morale che fa tutt’uno con uno stile solo apparentemente semplice e lineare.
Kaurismäki ci ricorda insomma che il calore della solidarietà produce benessere, contagio salutare, perfino guarigioni inattese. Crederci? Dipende dallo stato d’animo dello spettatore, di sicuro “L’altro volto della speranza” racconta una bizzarra catena della bontà senza scorciatoie, sempre sorvegliando il clima e le facce, mostrando il lato meschino e burocratico delle istituzioni, e insieme il lato buffo dell’esistenza.
La frase clou? “Le persone bevono se le cose vanno male e ancora di più se vanno bene”. Non saprei dire se sia vero. Ma il film, ad alta gradazione alcolica e bassa intensità retorica, è divertente, spiazzante, inanella alcune trovate spassose legate alle trasformazioni del ristorante (da “Imperial Sushi” a “La Mecca del gourmet”) e offre, in una cornice quasi da musical live, una decine di rock-blues d’antan rigorosamente cantati in finlandese. Grazie a Dio.

Michele Anselmi

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