“Le cose che verranno”. Lavorare per diventare altro da sé.

Dopo essere approdato al Festival di Berlino 2016 e al 33esimo Torino Film Festival, Le cose che verranno di Mia Hansen-Løve verrà distribuito nelle sale italiane dal 20 aprile, grazie a Satine Film. Il film offre ad Isabelle Huppert la possibilità di interpretare Nathalie, docente di filosofia in un liceo di Parigi. Un tempo comunista militante nonché aperta sostenitrice di idee rivoluzionarie, ha convertito l’attivismo giovanile in un idealismo privato che si esplica nel confronto vivo e partecipe con i suoi studenti. Il contesto di apparente e rassicurante serenità, tuttavia, muta rapidamente: la morte della madre ed il tradimento del marito spingono la donna ad interrogarsi sulla propria esistenza e a reinventarsi una nuova vita.

La prima sequenza del film mostra Nathalie su un battello intenta a correggere il compito di un alunno riportante il quesito filosofico: «Possiamo metterci al posto dell’Altro?». Questa continua tensione a divenire altro da sé anima il quinto film da regista di Mia Hansen-Løve, che ha lavorato su una costante oscillazione: quella tra orizzonte pubblico e privato, tra mondo delle idee e della realtà. Nel corso del tempo, quanto cambia in ognuno di noi? Le utopie e i propositi idealistici della giovinezza possono trovare un concreto riscontro nel passaggio alla maturità? O la passione, nonostante l’intangibilità dei sentimenti, è condannata a tramutarsi in altro e a spostarsi su un piano ideale, scalfita dall’intenso lavorìo del tempo? Si tratta, indubbiamente, di domande che animano Le cose che verranno. In tal senso, Mia Hansen-Løve squarcia il suo racconto, tendendo ad evitare la presentazione di situazioni concluse. Ogni sentimento è un in fieri che accompagna la narrazione verso ogni sua singola evoluzione d’insieme. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un prodotto che, nella sua continua ricerca dell’altro da sé, rischia di precipitare in ciò che, apparentemente, vorrebbe evitare: in una densità di scrittura che satura ogni possibilità di inserimento dello spettatore. È in determinate epifanie, però, che il film riesce ad attingere pienamente al proprio nucleo. Nell’ultima nuotata nel mare della costa bretone, nella cura riservata ad un giardino destinato alle mancate attenzioni di un’altra donna, in un casuale avvistamento a bordo di un tram.

Nei cambiamenti cui è sottoposto ogni corpo nel corso della sua vita. Da quello di Fabien, «…il figlio che avrebbe voluto avere. Tutto il contrario rispetto a me, sia fisicamente sia intellettualmente», a quello di Isabelle Huppert. Nelle vesti di una docente che assapora dolcemente la felicità attraverso un malinconico deragliamento controllato della propria esistenza.

Matteo Marescalco

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