QUEI “PICCOLI CRIMINI CONIUGALI” TRA CASTELLITTO & BUY. SCENE DA UN MATRIMONIO CON AMNESIA: CHI È L’ASSASSINO?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Una casa romana leziosamente elegante, oltre l’Eur, piena di libri, quadri e oggetti costosi, di sicuro pensata da qualche architetto alla moda; e due personaggi, un marito e una moglie, due cinquantenni belli e assai benestanti, intenti a scorticarsi un po’ nel corso di 85 minuti, come se fossero su un palcoscenico. Infatti “Piccoli crimini coniugali” di Alex Infascelli viene da un fortunato romanzo di Éric-Emmanuel Schmitt, francese, classe 1960, già portato a teatro più di una volta anche in Italia. Il libro si trova facilmente in libreria, pubblicato dalle edizioni e/o a 12 euro.
Infascelli è regista estroso e non convenzionale, ha praticato al cinema una certa idea di horror dai tratti grotteschi, ma con l’età sembra essersi calmato. “Piccoli crimini coniugali”, nelle sale da giovedì 6 aprile con Koch Media, è un film fortemente stilizzato, che nasce, parole sue, “dall’idea di lavorare con due grandi attori per poi chiuderli in un appartamento e lasciarli a briglia sciolta, osservarli voyeuristicamente mentre cavalcano il testo originale ma anche tradendolo quando necessario”. I modelli? Il regista cita Cassavetes e “la grande tradizione del cinema francese”, ma i riferimenti sono infiniti: da “Chi ha paura di Virginia Woolf?” di Nichols a “Carnage” di Polanski, passando per i “tradimenti” di Pinter, gli “spogliarelli morali” di Albee, le “scene da un matrimonio” di Bergman e via arpeggiando sul tema coniugale.
Il cuore del film è racchiuso in una frase che echeggia a un certo punto: “Ecco la coppia: un’associazione di assassini”. In effetti sembrano essersi fatti parecchio male, senza dirselo, i due protagonisti del match. Sergio Castellitto è un fortunato scrittore di gialli di successo, Margherita Buy la sua bella moglie con aspirazioni da fotografa. Tornano a casa dall’ospedale: lui ha un cerotto sulla nuca, pare non rammentare nulla, a causa di un incidente domestico. “Ci sarà qualcosa che ti ricordi?” fa lei. “Cose inutili: l’alfabeto greco, la tabellina del 7…” fa lui. L’amnesia suona vera, l’uomo non riconosce nulla di quella casa così sontuosa, o forse è solo un trucco per spingere la donna a svelarsi-rivelarsi (magari hanno già visto su Sky la terza serie di “In Treatment” dove recitano entrambi). “Lei è davvero sicura di avermi portata a casa mia? C’era intesa fisica tra noi?”. È l’inizio di quello che Infascelli, il quale firma l’adattamento dal testo francese con Francesca Manieri, definisce “un corpo a corpo, uno sguardo crudele e tragicamente ironico, come solo l’amore sa essere”.
La fotografia smaltata di Arnaldo Catinari, la scenografia accurata di Marina Pinzuti Ansolini, i costumi griffati di Alfonsina Lettieri, soprattutto la galoppante partitura percussiva, un po’ alla maniera di “Birdman”, firmata dallo stesso Infascelli con David Nerattini: tutto contribuisce a una messa in scena che metaforicamente fa prendere aria alla commedia, pur lasciandola all’interno delle quattro mura in chiave di “kammerspiel”, mentre i due interpreti danno fondo alle risorse del testo nel dissezionare quel matrimonio. Tra gioco al massacro, tenerezze improvvise, scenate, rimpianti, rinfacci, frustrazioni, ritorni di fiamma, porte sbattute e vino rosso per terra, eccetera. “Se temi la solitudine, non sposarti” teorizzò Cechov, evocato dallo stesso Infascelli; ma è anche vero che i due in fondo si amano, perché “Io sono la tua impronta e tu la mia”.
Castellitto e Buy assecondano il disegno registico di Infascelli senza prodursi in “scene madri” stonate, la coppia è assortita bene, sa rendere verosimili alcune battute del testo ad alto tasso letterario, maneggia saldamente la commedia del disamore (o forse di un amore da ritrovare dopo la recita). Chi ama il genere, probabilmente, non si annoierà.

Michele Anselmi

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