Roma e le periferie erano un problema già 2.000 anni fa

Alla facoltà di Architettura di Roma hanno preso una bella abitudine: un caffè letterario che ogni 15 giorni presenta un evento, un libro, un film. Ho assistito alla presentazione di un volume che comprende una raccolta di saggi sui problemi della capitale a cura dell’urbanista Carlo Cellarame. Vi si descrivono i ritardi delle amministrazioni che si sono succedute nel tempo e la mancanza di una visione e di un progetto credibile per come potrebbe essere la vita cittadina se solo si avesse il coraggio di abbandonare i luoghi comuni.

Il dibattito si è concentrato sulle tematiche attinenti le periferie: ormai Roma è tutta una enorme periferia senza più confini, abbandonata a se stessa anche quando l’architettura ha provato a dare il meglio di sé. Non che le altre città o gli altri paesi stiano meglio. Basti pensare ai disastri e ai conflitti delle periferie in Francia o in Belgio, dove cova l’odio razziale e dove emergono le più macroscopiche differenze sociali. Ma cosa sono davvero le periferie? Sono tali solo ciò che è distante dal centro? E cosa sarà mai oggi il centro? Succede infatti che ciò che un tempo bollavamo come periferia è diventato più centro del centro, vedi alcuni quartieri di Roma come il Pigneto, vent’anni fa considerato borgata e oggi meta della movida.

Uscendo dal concetto di periferie intese in senso geo-fisiche, mi è venuto alla mente che esiste un altro genere di periferie, rappresentate da tutti quei fenomeni che escono dal mainstream tradizionalmente inteso, quali ad esempio la “periferia” rappresentata dal mondo giovanile, un universo che al pari dei rapporti urbani è sempre più nettamente separato dal mondo adulto, sia per i modi di vivere che per i bisogni espressi. Del resto che oggi parlare di periferia significhi affrontare il tema dell’altro lo hanno ben spiegato due autori qualificati come il polacco Ryszard Kapuscinski (purtroppo non più tra noi) nel suo saggio che si intitola appunto “L’altro” e l’americano Richard Sennett nel suo libro “Lo straniero”, che ci rimanda alla periferia algerina di Camus, antesignana delle moderne periferie metropolitane. Per spiegare il diverso da noi, Kapuscinski va indietro nel tempo e cita Erodoto che già 2.500 anni fa dichiarava barbaro chiunque non parlasse greco. Al tempo stesso però si rendeva conto che non era possibile vivere pacificamente senza convivere con l’altro. “Gli altri – scriveva Erodoto – in realtà sono lo specchio in cui ci vediamo riflessi”. E aggiungeva che se non vogliamo vivere perennemente in guerra, dobbiamo vincere le nostre paure verso il diverso e abituarci “a vederci riflessi nello specchio della cultura altrui.” Dal canto suo Sennett, anche lui andando indietro nel tempo, cita il ghetto di Venezia come un paradigma delle odierne periferie, dove i diversi, in quel caso gli ebrei, pur contribuendo a generare ricchezza per la città, venivano esclusi, ghettizzati ed emarginati.

Un po’ come succede oggi, se è vero che una buona parte del nostro PIL, circa l’8%, viene proprio da quegli immigrati che tendiamo a emarginare: 2,5 milioni di “stranieri”, i quali lo scorso anno hanno contribuito a creare circa 130 miliardi della nostra ricchezza. Nel volume presentato ci si occupa anche della cosiddetta Tiburtina Valley e del gioco d’azzardo, un mondo che merita un approfondimento e che vede protagonista la malavita romana, di cui mi sono occupato di recente nel film sul caso della scomparsa di Emanuela Orlandi. Il dilagare del racket del gioco d’azzardo e delle sue appendici criminogene rappresenta l’esempio più calzante della periferia che cambia pelle e diventa a sua volta centro di una città irriconoscibile, dove il sottoproletariato urbano, la borghesia illuminata, banchieri illustri, riveriti onorevoli e senatori della Repubblica e ahimè un distinto numero di prelati più vicini all’inferno che al paradiso … a partire dagli anni ’70 hanno preso a contaminarsi in un cocktail micidiale, associando i loro destini a quelli della criminalità capitolina, i cui traffici secondo alcuni sono diventati la prima vera industria della capitale. Vedi il “mondo di mezzo”, raccontato da Massimo Carminati, il tristemente famoso “cecato”, oggi a processo nell’indagine “Mafia capitale”, che sembra davvero rappresentare l’odierno pulsare del cuore di Roma. L’augurio è che cessi di battere al più presto.

Roberto Faenza

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