In Between – Libere, disobbedienti, innamorate. Donne, tra terra e mare

L’inquadratura iniziale di In between – Libere, disobbedienti, innamorate è figlia di una pellicola del 2007, Caramel, piccolo gioiello di Nadine Labaki. Stessa atmosfera. Stessi profumi, stesso odore di zucchero e spezie tutt’intorno alla stanza. La donna anziana massaggia il caramello, piegando e ripiegando la pasta dorata tra le mani nodose, lisciando, depilando le lunghe gambe della giovane che le siede accanto, figlia o nipote. Le raccomandazioni sono sempre le stesse, quelle che dettano il perfetto galateo alla futura sposa.

In between – Libere, disobbedienti, innamorate non poteva essere diretto che da una donna. Maysaloun Hamoud ci racconta la storia di tre giovani coinquiline palestinesi in cerca di libertà a Tel Aviv. C’è Leila, avvocato penalista che veste all’occidentale, lunghe gambe, mascara e tanto rossetto. Predatrice e femme fatale, grida al mondo il suo nome sperando d’essere più autentica e più libera di tutte le altre. Salma, minuta e fragile, deejay che veste distrattamente senza mai una gonna, Salma che non trova pace e riposo, sola e indifesa in pasto a genitori cattolici integralisti che la vorrebbero così come non è: madre di famiglia e sfornamarmocchi. Mamma e papà non sanno ancora. Gay e innamorata, la notte asciuga lacrime sotto al cuscino. E ancora Nour, lunghi capelli castani nascosti sotto il chador. Nour che prega Allah e si è trovata un fidanzato per bene. Lui la vorrebbe sottomessa, rinchiusa in casa, a fargli da serva. Hamoud ci parla di vita: tre esistenze che si muovono a sincrono, camminandosi a fianco.

Cosa cercano, cosa vogliono, queste donne? L’amore, quello con la “a” maiuscola, quello che non si accontenta e slancia le braccia verso il cielo. Le ragazze di Tel Aviv agitano le lunghe chiome ballando tra loro come liceali a una festa, si ubriacano, si consolano rattoppandosi l’un l’altra, fuggono da corteggiatori egoisti, fidanzati violenti, genitori oppressivi. E la sera si ritrovano sotto lo stesso tetto, a mescolare abbracci e vuoto allo stomaco. La città multietnica, terra promessa per un presente nuovo e un futuro scevro da costrizioni e pregiudizi, si rivela una gabbia di plastica dove uomini e donne si incontrano senza mai vedersi, si scontrano e si calpestano, spaesati sotto un cielo di gesso. Il titolo originale della pellicola, Bar bahr, è l’equivalente arabo di “tra terra e mare”. Nour si getta tra le onde. Assalita, travolta, sbattuta sulla rena, non esita a rialzarsi in piedi, sfidando, occhi volitivi e testa alta, la grande massa salata, il suo eterno movimento.

La camera si insinua in ambienti stretti, chiusi, angusti: tra tavoli di caffé intossicati di fumo, nei locali dove si balla appiccicati l’un l’altro sotto miriadi di luci, nei bagni delle signore che danno di stomaco per qualche bicchiere di troppo, agli angoli di strade che portano chissà dove. In attesa che appaiano i titoli di coda, una festa chiassosa per lasciare tutto oltre la porta. Laila, Salma e Nur, non hanno voglia di ballare. Una accanto all’altra restano in silenzio. Alle loro spalle i bagliori al neon della città. Il film è nelle sale italiane dal 7 aprile per Tucker Film.

Chiara Roggino

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