COMMEDIE PASQUALI: “LASCIATI ANDARE” CONTRO “MOGLIE E MARITO” LA NUOVA MODA? GLI ATTORI DRAMMATICI ORA FANNO I COMICI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Che cosa succede se è l’attore drammatico a darsi al comico e non viceversa, come suggerisce l’antico cine-adagio? Succede che il severo Toni Servillo gigioneggi sotto la barba freudiana in “Lasciati andare”; e che Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak si scambino le parti sessuali in “Moglie e marito”. Le due commedie escono l’una dietro l’altra in questa vigilia di Pasqua, e si capisce la preoccupazione di produttori e distributori, considerata l’aria deprimente che tira per il cinema tricolore, anche di pronto consumo. Sarà il pubblico a decidere. Però ci si può chiedere se la nuova moda funzioni sul piano, diciamo, espressivo; se un barlume di novità, dopo tanti cast messi insieme con lo stampino, non possa venire dal rovesciamento dei ruoli all’interno di quello ancora considerato come l’unico genere italiano con qualche chance commerciale.
“Lasciati andare”porta la firma di Francesco Amato, che si fece conoscere con il tragico/romantico “Cosimo e Nicole”, anche se l’idea nasce dallo sceneggiatore e regista Francesco Bruni, qui affiancato da Davide Lantieri. Il titolo sintetizza bene il nocciolo della questione. Chi ha rinunciato da tempo a lasciarsi andare, sul piano emotivo, fisico e sentimentale, è uno psicoanalista sessantenne con l’espressione annoiata di Servillo. Ebreo non praticante con bella casa nell’ex ghetto romano (divisa in due dopo la separazione dalla moglie), Elia è uno “strizzacervelli” squisitamente da cinema. Infatti s’addormenta o mangia pasticcini durante le sedute con i pazienti nevrotici, detesta il jazz, il teatro e l’opera, ancor più le cene in società, però si fa ancora lavare i panni dall’ex consorte. Insomma misantropeggia sul filo di un cinismo ben temperato.
“Il mio problema non è l’erezione, è che non so che cosa farmene” replica disincantato all’amico medico un po’ preoccupato per i valori della glicemia alle stelle e l’adipe in crescita. Così, sia pure a malincuore, l’antipaticone con pancetta si rivolge a una palestra per perdere qualche chilo. Lì troverà una buffa e sensuale personal trainer spagnola, Claudia, ossia la scoppiettante attrice Verónica Echegui, alla ricerca disperata di soldi extra e per questo disposta a dargli lezioni private. Il resto potete immaginarlo.
Stavolta non è “tutta colpa di Freud”, per dirla col titolo di una fortunata commedia in cui era Marco Giallini, anch’egli psicoanalista barbuto, a passare dall’altra parte del divano. Ricordate “Qualcosa di travolgente” di Jonathan Demme? Siamo lì. La sciroccata porta una botta di rischiosa freschezza nella vita sedentaria del cervellone infiacchito, il quale ci prenderebbe pure gusto, finalmente capace di donarsi un po’ gratis, se un guaio più grosso non si profilasse sotto forma di un balbuziente rapinatore a corto di memoria.
Servillo fa Servillo, e del resto l’hanno chiamato proprio per questo: per incarnare, in una chiave di ironica sprezzatura che a tratti nell’intonazione inclina verso Jep Gambardella, il maturo analista arguto, colto e pitocco, uno per il quale “un paziente guarito è un paziente perduto”. La comicità ebraica, benché evocata nell’ambientazione, negli oggetti e nelle strizzatine d’occhio a “Basta che funzioni” di Woody Allen, resta solo una suggestione, a tratti anche un po’ stereotipata nell’osservazione della comunità israelita ; presto la commedia di caratteri precipita nella farsa slapstick, dove tutto può succedere. Però Luca Marinelli, nei panni dell’alterato criminale da psicoanalizzare, è bravo e spassoso nel rifare un po’ il verso al giovane Gassman dei “Soliti ignoti”.
Se “Lasciati andare” si giova di un espediente sicuro, cioè lo scontro tra natura e cultura, tra energia femminile e senilità assopita, “Moglie ed marito” cerca invece la trovata graffiante e grottesca, di sapore vagamente hollywoodiano. Non a caso lo strillo di lancio recita: “E se un giorno ti svegliassi nel corpo dell’altro?”. Qui, rispetto a commedie americane sul tema come “Nei panni di una bionda” e “Quello che le donne vogliono”, la novità sta nel fatto che lo scambio è doppio, reciproco. Simone Godano e i suoi due sceneggiatori Giulia Steigerwalt e Carmen Danza immaginano infatti una coppia alla frutta dopo dieci anni di matrimonio e due figli. Andrea, ovvero Favino, è un neurochirurgo alle prese con una delicata sperimentazione sul cervello umano tramite macchinario di sua invenzione; Sofia, ovvero Smutniak, è un’ambiziosa conduttrice tv a un passo dalla grande occasione. Ma ecco che, nel testare in famiglia quel diabolico marchingegno, accade il patatrac: lui resta imprigionato nel corpo di lei e viceversa. Con le complicazioni, soprattutto pratiche, che ne conseguono.
Lo spasso dovrebbe scaturire dal gioco dei contrari. Sofia rutta, sta in gonna a gambe aperte davanti alla telecamera, caracolla sui tacchi, non sa come infilare il Tampax; mentre Andrea si tocca i capelli lunghi che non ha, fa l’isterico, sviene in sala operatoria e assume movenze che un tempo avremmo detto da “checca”. Quanto durerà lo scherzetto? Bisogna molto crederci per lasciarsi andare, e comunque sarebbe il meno. La confezione è laccata, le canzoni in inglese bombardano il tutto, i due interpreti si divertono a esagerare vistosamente, forse assecondando le direttive del regista. La morale? Classica: bisogna mettersi nei panni dell’altro/dell’altra per evitare che la coppia scoppi…

Michele Anselmi

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