Finanziamenti al cinema. Chi usa i film per fare soldi e chi usa i soldi per fare film?

Pasquetta di scintille. Report manda in onda una puntata che spara a zero sul sistema di finanziamenti al cinema italiano. Che stia diventando sempre più importante lo dimostra la presenza di politici come Rutelli e Veltroni, di recente passati a occuparsi di film, il primo come presidente dell’industria cinematografica, il secondo da regista. E non manca Marco Follini, ex Dc, ex Udc, poi Pd, dimissionario da capo dell’Associazione Produttori Televisivi. Lo stesso Franceschini ha preferito scegliere i Beni culturali anziché ministeri più potenti. È stato lui a firmare la nuova legge cinema (l’ultima risaliva al 1965!), che immetterà nel settore non meno di 400 milioni di euro l’anno. Ovvio che tutti esultino, senza rendersi conto che non è solo oro ciò che luccica. Lo stato investirà molto perché ritiene il cinema un asset culturale.

Ma sorge un dubbio: produttori e distributori operano con finalità culturali, oppure in prevalenza con scopi di profitto? Se il fine è il mero profitto, non si vede perché lo stato debba finanziarli. Occorre distinguere tra 2 approcci antitetici: c’è chi usa i film per fare soldi e c’è invece chi usa i soldi per fare film. Il cinema italiano non potrebbe esistere se non ottenesse aiuti dallo stato, come avviene in tutta Europa, vedi la Francia che investe 5 volte tanto. Chi critica i contributi al cinema dovrebbe semmai protestare per i miliardi elargiti a molte industrie, prima tra tutte la Fiat, che dopo avere tanto ricevuto è emigrata all’estero grazie ai capitali pubblici. Il quesito che si pone è un altro: è giusto che film dichiaratamente commerciali ricevano aiuti di stato? Poiché i film che incassano di più ricevono anche più contributi, accade che un film-spazzatura riceva più soldi di un film di qualità.

Ecco perché prima di parlare di finanziamenti, bisognerebbe interrogarsi sul significato del fare cinema. Il guaio dei nostri film, come pure della nostra tv, deriva dall’essere soggetto al potere politico. È un vizio che risale ai tempi della Dc, quando tuonava contro Rossellini e De Sica, perché “i panni sporchi – così diceva Giulio Andreotti – si lavano in famiglia e non in pubblico”. L’altro limite è la mancanza di coraggio. In America hanno avuto il coraggio di realizzare film persino contro i presidenti in carica: è successo a Nixon, a Bush e sta accadendo con Trump. In Italia chi mai troverebbe finanziamenti per realizzare un film critico del presidente della Repubblica? Nel 2016 abbiamo prodotto oltre 200 titoli, molti dei quali neppure usciti. Vogliamo chiederci le ragioni di un tale insuccesso? La responsabilità va divisa tra noi autori, quando ci dimostriamo insensibili alle esigenze del pubblico, ma soprattutto tra produttori e distributori, indifferenti a battere nuove strade.

Come è noto la maggioranza della produzione odierna è fatta di insipide commedie. Manca lo spirito critico di un Sordi o di un Monicelli, esponenti della gloriosa “commedia all’italiana” che il mondo intero ha applaudito. È la ragione per cui le nostre opere, salvo rare eccezioni, fuori dai confini nessuno le conosce. È un cinema narcotizzato, dove vige il principio non più della censura, come in passato, ma di una forma più perfida: l’autocensura. Accade così che molti giovani autori, non volendo dispiacere più di tanto il potere, si accontentino di raccontare storie innocue, anziché graffianti. Un altro sintomo è la presenza di una casta anche in questo settore. Si tratta di un esiguo gruppo di imprese, che ricevono la maggior parte dei contributi, restituendo poco o nulla sul piano dei contenuti. Si obietterà che l’industria audiovisiva non può avere come obiettivo solo la cultura. Errore, perché tutto ciò che è comunicazione è cultura. E non c’è vera impresa senza questo corollario, come hanno insegnato grandi industriali, vedi Adriano Olivetti. Ne consegue che con la nuova legge la maggior parte del denaro pubblico rischia di essere disseminato tra poche società già di per sé potenti, lasciando ai margini le altre. Infatti, dagli autori ai giovani produttori, si sta alzando la protesta.

Una legge solo per il cinema non ha più senso: parte da una visione miope. Dovrebbe allargarsi alle nuove tecnologie e a Internet. Il futuro, già domani, vedrà opere sempre più “meticce”. Basta osservare gli incassi dei film italiani di queste settimane, ridotti al lumicino, per rendersi conto che è in corso una mutazione genetica: il pubblico dei millenial diserta le sale per lo streaming. Già oggi le serie tv, specie americane, ben più coraggiose delle nostre, attirano milioni di giovani, che trovano insopportabile il buonismo Made in Italy. Ecco perché è grave che la nuova legge non investa soprattutto in ricerca e sviluppo. Saranno i meta-linguaggi a rappresentare la materia prima di domani. Rispetto ad altri paesi accusiamo un ritardo di anni luce e di questo passo tra un decennio il nostro cinema e la nostra tv saranno merce residuale. La cosa non sorprende: anno dopo anno abbiamo visto come l’insipienza dei governanti abbia pressoché distrutto l’università, se è vero che il primo desiderio dei nostri migliori laureati è emigrare. Emigrerà anche il nostro cinema?

Roberto Faenza

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