“MAL DI PIETRE” PER L’OTTIMA COTILLARD. IL TITOLO NON SCALDA, MA IL FILM È UNA BUONA ALTERNATIVA ALLE DUE COMMEDIE ITALIANE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Diciamo la verità, non resta granché del romanzo originale di Milena Agus “Mal di pietre” (Edizioni Nottetempo, 2006) nel film che ne ha tratto in Francia l’attrice-regista Nicole Garcia. La Sardegna tra gli anni Quaranta e Cinquanta diventa il Sud contadino della Francia un decennio dopo, la guerra d’Indocina prende il posto della Seconda guerra mondiale, scompare la nipote narratrice, il ménage coniugale imposto alla protagonista prende tutt’altre strade, soprattutto sul piano delle bizzarrie sessuali. Tutto è più drammatico, torvo, “romantico” in senso ottocentesco, nella trasposizione cinematografica, mai toccata da una vena irriverente, se non addirittura birichina, come avviene nella pagina scritta. Tanto è vero che è la stessa Garcia a mettere le mani avanti: “Il libro aveva bisogno di essere interpretato, reinventato. Perché, se volevo raccontare una storia che fosse davvero mia, avevo bisogno di potermene appropriare liberamente. È possibile deviare dalla storia originale, a patto di non tradirla”.
In realtà il copione di Garcia e Jacques Fieschi tradisce ampiamente il romanzo, ma va benissimo così: infatti “Mal di pietre”, nelle sale dal 13 aprile con Good Films, si fa vedere volentieri, piacerà particolarmente alle donne (meno agli uomini) e rappresenta un densa alternativa drammatica alle loffie commediole italiane che escono per Pasqua.
Naturalmente è Marion Cotillard, attrice straordinaria capace di passare dai fratelli Dardenne e Jacques Audiard agli hollywoodiani Brad Pitt e Michael Fassbender, a permeare di sé il personaggio di Gabrielle, la donna scandalosa e febbrile di cui seguiamo quasi vent’anni di vita. Considerata “malata”, non pazza, dagli stessi genitori, a causa dell’ardore quasi animale che esprime con la sua bellezza ferina e il suo desiderio di estasi amorosa, la ragazza crea scompiglio nel paesino francese, urta le regole della piccola borghesia locale, sempre alla ricerca di quella che lei chiama “la cosa principale”. Finirà, recalcitrante, in sposa a José, un onesto e amorevole contadino spagnolo che le costruirà una bella casa in riva al mare, provando a capirla, ad assecondarla.
Ma non è l’amore che scuote e brucia i sensi. Quello Gabrielle lo trova durate il lungo soggiorno in un clinica alpina, dove è andata a curare i suoi calcoli renali, appunto “il mal di pietre” evocato dal titolo. Lì incontra André, un ufficiale di carriera reduce dalla guerra d’Indocina: bello ed estenuato, colto e maledetto, forse a un passo dalla morte. In bilico tra realtà e immaginazione, la giovane donna si butta in quel sogno amoroso, ne trae nutrimento, anche godimento: solo scappando con lui alla volta di Lione potrà liberarsi dal matrimonio, che le pesa come una prigione. Ma non tutto è come sembra. Anche quando si scoprirà incinta.
Racchiuso in un lungo flashback, con andirivieni temporali e rivelazioni cruciali, “Mal di pietre” è un filmone un po’ all’antica, bombardato di musica gonfia e spesso inutile, e tuttavia la regista è brava nel far emergere la sensualità prorompente e fiera della sua protagonista, a suo modo un’eroina romantica e indocile, sempre a un passo dalla catastrofe nel rivendicare il proprio diritto di amare un uomo contro tutti e tutti (viene un po’ da pensare alle protagoniste di “Adele H” e “La donna del tenente francese”).
Se Marion Cotillard è perfetta per aderenza fisica e fragilità emotiva, il versante maschile convince un po’ meno: non tanto Alex Brendemühl, che disegna un José paziente, affettuoso e in fondo deciso a non mollare quella donna così sofferente, quanto Louis Garrel, che ormai sembra essersi specializzato il ruoli da “decadente” vizioso e magnetico, con occhiaie finte. Un classico esempio di attore sopravvalutato.

Michele Anselmi

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