Personal Shopper. Kristen Stewart torna a lavorare con Assayas per un racconto tra la vita e la morte

Lui se ne è andato, ma lei lo aspetta. È in attesa di un segno, un segno di lui. I segni sono ovunque: sui muri, nel traffico della città, sul display del telefono cellulare. Sarà così riconoscibile? Sarà diverso da tutti gli altri? Come fare a saperlo? Olivier Assayas si avvale del cinema di genere (il paranormale, il fantastico) per stimolare lo spettatore, ponendolo di fronte alla grande domanda: c’è vita dopo la morte? Riabbracceremo mai i nostri cari perduti? In una realtà astratta, corrotta, irreale e concreta in ogni singolo eccesso (sempre più denaro per possedere abiti e gioielli costosi accumulati e mai indossati), la giovane Maureen (un’eterea Kristen Stewart alla sua prova migliore, diretta per la seconda volta da Assayas che la volle nel 2014 per Sils Maria) sopravvive come può. Sono otto mesi. Otto mesi che il suo fratello gemello è venuto a mancare, a Parigi. La sorella segue il suo corpo e dall’America si trasferisce in Francia. Qui trova lavoro come personal shopper di una modella la cui vita mondana non concede tempo per gli acquisti. Lewis è morto di una malformazione ventricolare, la stessa che Maureen porta in petto: una bomba a orologeria.

Nella casa della vedova del fratello, lei attende “il” segnale. Entrambi i gemelli, medium e sensitivi, hanno promesso: nel caso di morte dell’uno o dell’altra, il defunto si sarebbe manifestato per l’ultimo saluto prima dell’addio. Ad ogni costo, qualunque cosa fosse accaduta. Maureen è un’intermediaria, inquilina di un limbo tra l’al di là dei ricchi e famosi e il quotidiano dei comuni mortali. È il senso riposto nella sua attività, nel suo lavoro che dà quel qualcosa in più al titolo del film. La pellicola, e con essa l’idea di cinema che l’autore mette in movimento, si manifesta quale epifania di una realtà che ospita un numero infinito di cerchi concentrici. Tra essi, il “reale” e il “virtuale” sono presenti così come ”i vivi” e “i morti”, i “ricchi” e i “comuni mortali”. Maureen attende, ha fede nel giuramento del fratello. La sua promessa è la certezza che le permette di alzarsi ogni mattina.

La giovane sembra galleggiare nella grande casa in balia di presenze ed ectoplasmi, corre in scooter per le strade della città trascinandosi dietro stole di seta dal valore inestimabile, si smarrisce nei labirinti oscuri di desideri inappagati. A metà film, ecco quell’sms misterioso che muove Personal shopper sul versante del thriller psicologico, teso e adrenalinico. Infastidita, spaventata, eccitata, Maureen si arrende alla corrispondenza (con chi? Con che cosa?), fino ad eccitarsi, flirtando con il “proibito”. La donna gioca al gatto col topo fino a diventare quello che non è, imitando una donna altra, sexy e spregiudicata. La sceneggiatura di Assayas lascia buchi, ossessiona con ellissi buttate in faccia allo spettatore, schiaffeggiandolo in pieno volto. Noi, pubblico, non possiamo capire tutto, vedere o avere tutto. All’uscita di sala uno strano malessere, una vertigine profonda di sentimenti. Quelli che solo un grande film sa provocare. Nelle sale da giovedì 13 aprile per Academy Two.

Chiara Roggino

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