“REPORT” SUL CINEMA ITALIANO: UNA PUNTATA AD ALZO ZERO. LA TRUFFA DEL TAX-CREDIT, LA FACCIA MESTA DEGLI INTERVISTATI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Puntata di “Report” ad alzo zero, lunedì sera su Raitre. Tutti falciati o quasi dalla mitraglia, con l’eccezione di chi ha denunciato soprusi, truffe e malversazioni. Ma, al di là della sostanza, spesso incontrovertibile, talvolta opinabile o restituita in modo assai malizioso, colpiva la faccia degli intervistati, perlopiù tra il rassegnato e lo sgomento, come di chi si sentisse avviato a una sorta di fucilazione mediatica.
Qualcuno, come Pietro Valsecchi di Taodue, ha provato a fare lo spiritoso, a controbattere col sorriso, a sdrammatizzare negando tutto, salvo poi riconoscere che il contributo automatico sugli incassi di cui ho goduto largamente anche Checco Zalone è una piccola follia tutta italiana. In generale, però, nessuno è uscito indenne, come era facile immaginare: da Nicola Borrelli, responsabile della ministeriale Direzione cinema, allo stesso ministro Dario “faccio tutto io” Franceschini; da Giovanni Veronesi a Pupi Avati, passando per Paolo Sorrentino, che non rilascia interviste su cose così volgari come i soldi; da Riccardo Tozzi, titolare di Cattleya, la società che ha ricevuto 9 milioni di euro sotto forma di “interesse culturale nazionale” e 20 milioni tra tax credit esterno e interno, a Luigi Abete, banchiere e gran capo per anni di Cinecittà Studios, la società ora in procinto di tornare allo Stato con circa 32 milioni di debiti; da Roberto Benigni, al centro dell’oscura vicenda relativa al flop degli studi cinematografici di Papigno (Terni), a Fabio Fefè, il molto influente e discusso timoniere di Circuito Cinema, il network di sale specializzato nei film d’autore.
Del resto, era difficile uscire indenni dall’interrogatorio serrato di Giorgio Mottola. Il cinema italiano, negli anni, è stato molto sovvenzionato, e tutti, ma proprio tutti, hanno potuto usufruire di finanziamenti elargiti con una certa facilità dalle commissioni ministeriali, con occhio non solo alla qualità dei progetti ma anche all’appartenenza politica, alle amicizie importanti, alla considerazione critica, spesso in un sussulto di generosità ingiustificata rubricabile alla voce, appunto, “interesse culturale nazionale”.
Però ha fatto bene “Report” a usare il bisturi nei confronti dei meccanismi legati al tax credit, da tutti considerato uno strumento moderno di detassazione, di finanziamento automatico, di sostegno alla produzione, se non fosse per la presenza di un corposo e avido “mercato parallelo” affidato a società di intermediazione che lucrano sul sistema e favoriscono le banche.
Fuori onda, Nicola Borrelli s’è lasciato sfuggire: “La colpa è tutta di quei cialtroni dei produttori, sono loro che hanno inventato tutto”. Non sarà facile, a questo punto, fare marcia indietro per il responsabile della Direzione cinema del ministero ai Beni culturali che sta lavorando alla messa a punto dei decreti attuativi relativi alla nuova legge firmata da Franceschini. La torta da 400 milioni di euro, 370 dei quali da distribuire con meccanismi formalmente automatici, fa gola a molti, specie ai potenti del ramo.
Quanto ai politici e ai figli e familiari di politici impegnati variamente nel mondo del cinema e dintorni, la lista finale è risultata di sicuro impatto mediatico, per quanto indiscutibilmente cattivella e allusiva. Ma chi è dell’ambiente, conoscendo il valore di Mario Gianani, Nicola Maccanico, Giampaolo Letta e Giancarlo Leone, saprà fare la tara (in compenso Francesco Rutelli alla presidenza dell’Anica resta un mistero per tutti).

Michele Anselmi

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