Nuova legge cinema: chi gode dei soldi dello stato? Le correzioni delle associazioni degli autori

L’andata in onda della puntata di Report sullo stato di salute del cinema italiano la sera di Pasquetta ha messo in luce più malessere che benessere. Basti pensare a un dato più allarmante: un pugno di sole 6 società controllano l’80% dell’intero settore della distribuzione. Patetiche sono state le risposte di alcuni produttori che neppure sapevano (o fingevano di non sapere) di avere ricevuto cospicui finanziamenti pubblici. Vedi il caso del produttore di Checco Zalone, che è caduto dalle nuvole quando l’inviato di Report gli ha comunicato l’entità del contributo statale a un film che non ne avrebbe avuto certamente bisogno. Idem per le commedie natalizie, anche loro beneficiarie di ingenti somme pubbliche. Insomma a godere dei contributi dello stato sono più le pellicole dichiaratamente commerciali che il cinema di qualità. Come possa fregiarsi del titolo di “film di interesse culturale” una produzione a base di diffusa volgarità è un “crimine” che meriterebbe una commissione di inchiesta al fine di valutare quanti milioni di euro lo stato ha sprecato in questi anni per ingrassare le tasche di alcuni operatori della “deculturizzazione” cinematografica nazionale.

Giustamente le associazioni degli autori si sono destate dal torpore e stanno protestando per imporre correttivi alla nuova legge del cinema approntata dal ministro Franceschini, per la quale sono in fase di attuazione i cosiddetti decreti attuativi. L’ANAC è l’Associazione degli autori cinematografici più longeva, nata nel 1950 dallo scioglimento dell’ACCI, ad opera di registi e sceneggiatori quali Agenore Incrocci (Age), Alessandro Blasetti, Mario Camerini, Ettore G. Margadonna, Furio Scarpelli, Cesare Zavattini e altri meno noti. Negli anni più recenti ha visto formarsi due scissioni, la prima con la fondazione dell’API (formata da autori e produttori, ma con più rappresentanza dei secondi) e in seguito con la nascita dei 100autori. A queste formazioni si è aggiunta poi anche l’Associazione dei giovani produttori. Per una volta tanto tutte queste sigle si sono ritrovate unite in una critica alla nuova legge sul cinema firmata dal ministro Dario Franceschini, di cui abbiamo parlato nell’editoriale precedente.

Proprio in questi giorni l’ANAC ha emesso un comunicato che riassume le sue osservazioni critiche ai decreti attuativi della legge e la cui discussione è all’ordine del giorno. Le riassumo qui di seguito in sintesi. La normativa che concerne la produzione dei cortometraggi, secondo gli autori, appare restrittiva sia per quanto attiene il minutaggio (limitato a 60 minuti), sia per l’obbligo di distribuzione in sala (difficilmente perseguibile). Infine non sono previsti contributi allo sviluppo dei corti, come avviene invece per i lungometraggi, il che è chiaramente un limite che andrebbe rivisto. Viene poi criticato l’articolo 1 della legge, dove si parla di “film difficili”, termine probabilmente mutuato dalle leggi francesi in materia cinematografica (che restano a a tutt’oggi le più avanzate e meglio finanziate). Anche la qualifica di “produttore indipendente” viene messa in discussione, in quanto si dovrebbe definire tale quel produttore che detiene “almeno il 30% della titolarità dei diritti”, mentre nella maggior parte dei casi vengono rilevate quote di proprietà di soggetti terzi, in primis i broadcaster, cioè le emittenti televisive, che anche nel cinema la fanno da padrone. È un fatto che senza la loro partecipazione finanziaria difficilmente film di medio budget vedrebbero la luce. Altro articolo di legge criticato è il “cumulo del credito di imposta cinema e audiovisivo”.

Intanto la prima novità è che il tax credit viene esteso anche ai produttori televisivi, dunque sottraendo risorse ai produttori “puri”, ovvero quelli che operano solo nel settore cinematografico. Non sarebbe più equo che fossero i broadcaster a provvedere a tali finanziamenti, essendo loro i veri decision maker della produzione televisiva? In ogni modo l’articolo 15 della legge che fissa il tetto per ogni impresa di 8 milioni di tax credit per il cinema e altri 8 per le opere televisive va a vantaggio dei grandi gruppi e delle concentrazioni, i soli in grado di mettere in cantiere produzioni di budget medio alto. La stessa definizione di “produttori indipendenti” stenta a essere chiara. Sono da ritenersi indipendenti case di produzione che sono la diretta filiazione di forze oligopoliste come Mediaset, Sky e Rai, quali Medusa, Taodue eccetera? Anche i nuovi gruppi formatisi di recente sotto l’ala di Sky Italia, che vanno da Cattleya a Indiana a Italian International Film, a Palomar alla potente Wildside sono sicuramente meno indipendenti di piccole produzioni senza santi in paradiso. Siamo alle battute iniziali perché al momento sono stati resi noti solo i contenuti dei primi decreti attuativi. Appena sapremo degli altri torneremo sull’argomento.

Roberto Faenza

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