“LA TENEREZZA” DI AMELIO (24 APRILE): TENERO MA NON TENERONE. QUANDO IL CINEMA ITALIANO RITROVA QUALCOSA DA DIRE, E BENE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Per fortuna il film “La tenerezza” è molto meglio del manifesto pensato per promuoverlo. “Non ci voleva molto” direte. E tuttavia l’undicesimo lungometraggio di Gianni Amelio, che arriva a quasi quattro anni da “L’intrepido”, è tra i suoi migliori: per intensità e asciuttezza, per stile e recitazione, per atmosfera e sapori. Con l’aria che tira nel cinema italiano, sia drammatico sia di commedia, nonostante la retorica cara al ministro Dario Franceschini, “La tenerezza” porta una ventata di senile freschezza in un panorama che tende alla calma piatta, anzi alla ripetizione estenuata di modelli, intrecci e formule.
Dopo l’anteprima del 22 aprile al barese Bif&st, il film, prodotto da Pepito Produzioni (Agostino Saccà) con Raicinema, uscirà nelle sale il 24 aprile, in circa 200 copie; e c’è da augurarsi che il pubblico si faccia incuriosire, insomma raccolga l’invito di Amelio, il quale, incontrando i giornalisti a Roma, così definisce il senso della sua storia: “Non so se la tenerezza sia un sentimento o un gesto. Ma so che ne abbiamo bisogno per scacciare l’ansia, specialmente oggi, in questo mondo fatto di trappole e inganni. Ci vuole il coraggio di non essere timidi o vergognosi”.
Naturalmente “La tenerezza” non è un film tenerone, tutt’altro: custodisce un’asprezza che insegue i personaggi, quasi li divora, cercando le ragioni di ciascuno attraverso i comportamenti, spesso crudeli, avvolti in un rancoroso segreto. Solo alla fine dei 103 minuti un gesto di pura e inattesa tenerezza riaprirà un discorso possibile all’interno di una disastrata famiglia.
Non si può raccontare granché della trama, pena svelare un nodo tragico e cruciale attorno al quale tutto ruota. Diciamo, allora, ciò che si può dire. Nella Napoli odierna il 72enne Lorenzo, ex avvocato piuttosto chiacchierato per le sue notevoli fortune, esce dall’ospedale dopo un infarto. Nel bell’appartamento in centro nessuno l’aspetta. L’uomo è misantropo, egoista, brusco, alquanto anaffettivo (se non fosse per il nipotino Francesco di cui si prende cura alla sua maniera). “Ma tu non stavi morendo?” chiede il piccoletto. “All’ultimo momento ho deciso di no” celia l’anziano. Lorenzo da tempo ha tagliato ogni rapporto con i figli Saverio ed Elena, semplicemente perché non li ama, anche se la femmina, traduttrice dall’arabo a Palazzo di Giustizia, gli vuole bene, e soffre di quella situazione ulcerata, pure insensata.
Questo il contesto nel quale, cinico e rassegnato ad una esibita solitudine, si muove Lorenzo. Finché non conosce la famiglia che s’è appena trasferita nell’appartamento di fronte. Vengono da fuori. Fabio è un ingegnere navale, educato e compresso; sua moglie Michela è gioviale e sventata, capace di sciogliere la durezza dello scorbutico dirimpettaio; quanto ai due figlioletti, sono vivaci e carini, due amori. In poco tempo Lorenzo diventa una specie di nonno, il sorriso rinasce sul suo viso rugoso. Ma forse la famigliola non è felice come appare, e una sera tornando a casa sotto la pioggia…
Le note di regia definiscono il film “la storia di due famiglie in una Napoli inedita, lontana dalle periferie, una città borghese dove il benessere può mutarsi in tragedia, anche se la speranza è a portata di mano”. In effetti non ci sono echi di “Gomorra”, tutti portano il casco e il sindaco De Magistris può stare tranquillo rispetto all’immagine della città.
Amelio pedina Lorenzo un po’ alla maniera del cinema neorealista, lasciando emergere il suo carattere intrattabile, e insieme un senso di sconfitta e di rinuncia, anche sentimentale, che viene da lontano, dall’aver lasciato una donna amata per tornare all’ovile dalla moglie, incapace di perdonarlo.
Amelio ha la stessa età di Lorenzo, e forse qualcosa di autobiografico è finito nel personaggio del settantenne incapace di un gesto di tenerezza, anche se di tenerezza avrebbe bisogno per non lasciarsi andare. Ma il film guarda più in là, evoca e documenta un’inquietudine diffusa, pronta a esplodere in forme di insofferenza furente, e ci invita ad ascoltare, a non chiuderci, ad accettare l’età senza incattivirci.
Ventisette anni dopo “Porte aperte”, a mio parere il film più bello e profondo di Amelio, Renato Carpentieri torna a lavorare col cineasta calabrese e si cuce addosso mirabilmente il personaggio di questo avvocato, apparentemente senza qualità, lesto a definirsi “il re dei parafanghi”. È lui, Carpentieri, a imprimere a “La tenerezza” un certo mood emotivo, esistenziale; anche se tutti gli altri interpreti non sono da meno: da Micaela Ramazzotti a Elio Germano che incarnano i vicini di casa, a Giovanna Mezzogiorno e Greta Scacchi nei panni della figlia maltrattata e della madre dell’ingegnere.
Scritto da Amelio insieme a Chiara Valerio e Alberto Taraglio, il copione è liberamente tratto dal romanzo “La tentazione di essere felice” di Lorenzo Marone. Forse non tutto torna, in sottofinale c’è una punta di retorica teatrale, ma il film scorre denso e sorvegliato, grazie anche alla non effettata fotografia di Luca Bigazzi e ai misurati interventi musicali di Franco Piersanti.

Michele Anselmi

Lascia un commento