Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse. Ridere e piangere alla francese

È il 2012. Hugo Gélin dirige il suo primo lungometraggio, Comme des frères, commedia dolce-amara, road-movie alla francese. I dialoghi sono accurati, il cast è diretto al meglio delle possibilità. Forse un film imperfetto, ma per cui vale la pena perdere il cuore. A distanza di pochi anni è difficile replicarne il successo. Prendete Tre uomini e una culla, aggiungete all’impasto qualche etto di Kramer contro Kramer, terminate con una spolverata di Love Story. L’infornata è garantita: Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse è un film per famiglie dove si ride e si piange in abbondanza, un prodotto di intrattenimento preconfezionato di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Non basta il carisma sornione di Omar Sy a salvare il salvabile. Il protagonista, Samuel (Sy, per l’appunto), single propenso al dolce far niente con un debole per le belle donne, vive in un paese di mare nel sud della Francia. Sorvegliato da un capo in gonnella, intransigente ma dal cuore d’oro, di giorno intrattiene i turisti, organizzando lussuose gite in barca, la notte alimenta la movida con serate sulla spiaggia. Un mattino, risvegliatosi dopo una maratona di bagordi, è travolto dall’arrivo di Kristin (Clémance Poésy). La giovane gli affida su due piedi un fagotto di pochi mesi, la piccola Gloria, figlia di Samuel, nata in riva al mare, complice la luna d’estate. La madre si allontana senza troppe spiegazioni. Diretta all’aeroporto in direzione Londra, non dà più sue notizie. L’uomo, bebé sotto braccio, si imbarca alla ricerca della fuggitiva. E siccome non siamo in un film di Ken Loach, ma in una commedia destinata al grande pubblico, il neo papà, persi soldi e documenti in una città rompicapo dove nessuno ti ascolta e tutti parlano troppo velocemente, troverà protezione in una speciale “fata madrina”: un produttore gay (Antoine Bertrand) che lo ospita nella sua casa, assumendolo come controfigura nel mondo del cinema. Otto anni dopo, Samuel e Gloria sono divenuti inseparabili, ma la madre torna nelle loro vite per recuperare il rapporto con la figlia.

Il problema reale del film non riguarda il mix dei generi, ma una totale mancanza di rigore nella sceneggiatura che, col pretesto di strappare un sorriso o una lacrima, accantona la logica per far posto all’anarchia. Si susseguono senza freno situazioni improbabili e paradossali, tirate per i capelli, costruite ad arte dal regista e co-sceneggiatore per un unico scopo: “Piangi, pubblico, piangi!” Davanti alla camera, Omar Sy sfida in bravura Gloria Colston (la vera rivelazione del film, attrice fatta e finita che ci auguriamo di rivedere presto sul grande schermo). È la parte migliore del tutto: un’alchimia che trascende le direttive registiche, provocando emozioni autentiche. Nelle sale italiane da giovedì 20 aprile per Lucky Red.

Chiara Roggino

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