La tenerezza. La cognizione del dolore secondo Amelio

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“Dice un poeta arabo che la felicità non è una meta da raggiungere, ma una casa in cui tornare”.

C’è un’età, la giovinezza e il tempo immediatamente appresso, in cui perdonare colpe e dolori inferti da padri e madri, numi di quella famiglia, spesso covo di conflitti e poco nido, pare mortificazione fuori dalla grazia di Dio, insostenibile da tollerare. Passano gli anni e via via ogni cosa trova la giusta collocazione. Qualche secondo e ci sfila tutta la vita davanti, la nostra, sì che buttar giù l’amaro non è più impossibile, ma fisiologico, quasi. Come ritrovare la vicinanza di chi avevamo smarrito. Il nuovo film di Gianni Amelio (da non perdere), asciutto, essenziale, mai incline alle facilonerie del melò, trova il suo protagonista in un fardello troppo grande da portarsi appresso, per via, una disperazione da appesi alla vita, senza bussola, senza sentiero.

In un’opera che è caleidoscopio di facce, immagini, dialoghi, tutti mescolati insieme, il Dolore è quello di Lorenzo (Renato Carpentieri), uomo borghese, avvocato “famigerato”, Napoletano a Napoli che cammina, sagoma scura tra lingue maldicenti, in mezzo alle strade del centro storico fumanti di traffico e macchine, davanti alle vetrine che riflettono e deformano, stranendo l’immagine, finché stenti a riconoscerti. La fotografia di Luca Bigazzi, luci ed ombre, rimodella i contorni di dimensioni e forme. Napoli avanti e indietro tra spazi ampi, troppo vasti, da perderci il respiro e antri-passaggi tanto stretti da non riuscire più a muoversi. Lorenzo è vecchio, rude, burbero. Dalla vita non chiede più nulla. Il suo quotidiano è scandito da instancabili marce su e giù per le scale del proprio palazzo, fiato corto e sudore alla fronte. Anni di gioventù e di carriera forense, spudorato e incline ai patti col diavolo, giocando a rimpiattino, fottendo il Sistema, difendendo ladri, criminali, imbroglioni, fregandosene di tutti e di tutto. Senza rimorsi, mai uno scrupolo, stracciando la coscienza, accartocciata e gettata via senza un pensiero. Da giovane la vita fila “liscia”, fra una moglie che se ne va di crepacuore e un’amante messa all’angolo per evitare i sensi di colpa. Quelli poi non mancheranno. Silenziosi come i ladri di notte, ti prendono alla gola, percuotendoti, derubandoti di tutto quel che possiedi. Lorenzo, la carogna ha due figli: un maschio che di lui non vuol saperne, una femmina (Giovanna Mezzogiorno), interprete al Tribunale, che vorrebbe ritrovare un contatto col padre.

È troppo tardi? Un giorno accade l’impensabile, che la casa di fronte a quella dell’avvocato si ripopola, così, all’improvviso: marito e moglie (Elio Germano e Micaela Ramazzotti) con due figli, gente del Nord. E Lorenzo, che, tra un ringhio e l’altro, di famiglia abbisogna, si fa adottare, trova sprazzi di affetto sincero. Finché avviene quel che deve avvenire perché “La vita ha delle trappole, ha anche delle cose che sono in agguato e che noi non riusciamo ad intravedere in tempo” (Amelio). È il Grande Dolore a mutare la visione di Lorenzo, rendendogli l’umiltà e l’umanità di chiedere aiuto e soccorso, un semplice gesto di tenerezza. Amelio fa così sue le parole di Papa Francesco: “La tenerezza ci libera dalla pena di essere fragili”. L’autore trae il suo ultimo lungometraggio, co-sceneggiato con Alberto Taraglio, ispirandosi al romanzo di Lorenzo Marone, La tentazione di essere felici. Il cineasta calabrese avverte con forza il divario tra scrittura e linguaggio: ogni volta la storia va trattata come se il testo d’origine non esistesse. Essenziale nella preparazione/realizzazione del film il lavoro con gli attori. Uno ad uno, tutti ammettono l’affetto e la disponibilità di Amelio, sensibile nel prenderli per mano, accompagnandoli, predisponendoli al giusto respiro da offrire al personaggio. Magistrale il lavoro fatto su e da Renato Carpentieri, faccia da cinema burbera, scavata: un vero outsider, quasi alter ego di Amelio (è lui stesso a confessarlo bonariamente), che qui fa nuovamente sua l’antica collaborazione con il vecchio maestro e amico di Porte aperte. Il film è nelle sale dal 24 aprile.

Chiara Roggino

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