“INSOSPETTABILI SOSPETTI”: NUOVO COLPO DELLE PANTERE GRIGIE. L’ORIGINALE ERA PIÙ BELLO, CAINE È MEGLIO QUI CHE IN “YOUTH”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Bisogna un po’ dimenticare l’originale scritto e diretto da Martin Brest nel 1979 per apprezzare il remake di “Vivere alla grande” che esce ora in Italia, giovedì 4 maggio, col titolo “Insospettabili sospetti”. Lo firma Zach Braff, affidandosi a tre attori del calibro di Michael Caine, Alan Arkin e Morgan Freeman. Duecentoquarantasei anni in tre. Non che George Burns, Art Carney e Lee Strasberg fossero più giovanotti, all’epoca del primo film, anzi direi decisamente il contrario; ma di sicuro “Vivere alla grande”, il cui titolo originale suonava “Going in Style”, era una commedia nutrita da un sentimento tra l’ironico e il mortuario, per nulla incline al lieto fine. Infatti due dei tre personaggi ci lasciavano la pelle, e il sopravvissuto finiva, allegramente, in carcere.
Nulla di tutto ciò accade nel rifacimento ora cucito addosso ai tre interpreti ormai specializzatisi in parti da vecchi pimpanti e birichini. S’è scoperto, da “Cocoon” in poi, che le storie sulle cosiddette pantere grigie possono contare su un pubblico tutt’altro che marginale, il quale volentieri scherza sull’età avanzata a patto che non la si butti troppo sul tragico e, se possibile, con un po’ d’azione. Vedere per credere i recenti due episodi di “Red”, “Last Vegas” e “Nonno scatenato”, oppure, andando un po’ indietro, quel “That’s Amore. Due improbabili seduttori”, del 1995, che fu un po’ il canto del cigno della coppia Walter Matthau & Jack Lemmon. Anche lì c’era Ann Margret, che in “Insospettabili sospetti” sfodera una faccia di plastica vagamente inquietante a causa dei ritocchi chirurgici.
Si invecchiano e si incurvano quanto basta, per poi risorgere durante il film, i tre protagonisti della commedia senile. Michael Caine è Joe, Alan Arkin è Albert, Morgan Freeman è Willie. Siamo a New York, i tre amici ottuagenari fanno i conti con gli acciacchi, la solitudine che pesa e un’esistenza sempre più grama, ma le cose peggiorano di brutto quando scoprono che l’azienda per la quale hanno lavorato una vita ha deciso, traslocando in Vietnam, di non pagare più le loro pensioni. Joe rischia di perdere la casa nella quale ospita figlia e nipotina; Albert s’incupisce ancora di più; e Willie, che avrebbe bisogno urgentemente di un nuovo rene, sente la fine avvicinarsi.
La soluzione? Improvvisarsi rapinatori per dare l’assalto proprio all’odiata banca che li sta gettando sul lastrico. Naturalmente sono pasticcioni, fuori forma, non hanno mai imbracciato un’arma e hanno sempre rigato dritto. Ma siccome “è un dovere civile prendersi cura delle persone anziane”, eccoli assoldare uno del ramo per farsi istruire e mettere a punto un piano coi controfiocchi, a partire dall’alibi di ferro da esibire una volta compiuta la rapina indossando le maschere con le facce del mitico “Rat Pack”, ovvero Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis Jr.
“Insospettabili sospetti”, avrete capito, gioca con tutti gli ingredienti del genere: la vecchiaia che intristisce, le famiglie a carico, la voglia di riscatto, le donne desiderate/temute, l’amicizia sopra ogni cosa. Manca, rispetto all’originale di Martin Brest, quel tono acidulo, non riconciliato, che piegava la trovata della rapina a una riflessione non peregrina sul crepuscolo della vita. Ma non è più tempo di cattivi pensieri al cinema, e infatti la commedia largheggia in situazioni buffe e affondi toccanti, convocando attorno ai tre mattatori volti noti come Matt Dillon, Christopher Loyd e appunto Ann Margret.
Più infeltriti che infiltrati (complimenti agli adattatori dei dialoghi per il gioco di parole), i tre vegliardi “malviventi” si rispecchiano nei rispettivi interpreti e viceversa. L’animatore del colpo grosso è Michael Caine, benissimo doppiato da Dario Penne: e quasi quasi il divo britannico è più bravo qui che nel pensoso “Youth – La giovinezza” di Paolo Sorrentino.

(Nelle foto: una scena di “Insospettabili sospetti”, sotto i tre vegliardi di “Vivere alla grande”, l’originale del 1979).

Michele Anselmi

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