DALL’11 MAGGIO “TUTTO QUELLO VUOI”, TOCCANTE E DIVERTENTE. UN’ALTRA STORIA DI FAMIGLIA PER FRANCESCO BRUNI. DA VEDERE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Non si può dire che Raicinema si sia proprio sbrigata a fare uscire nelle sale “Tutto quello che vuoi”, il terzo film di Francesco Bruni dopo “Scialla!” e “Noi 4”. Vai a sapere perché, magari non ci puntava. Meglio tardi che mai, comunque. Giovedì 11 maggio, dopo l’anteprima festosa al Bif&est barese e una fitta promozione stampa, arriva nei cinema questo film bello e toccante, umoristico nei punti giusti e attraversato da un palpito malinconico che cuce due generazioni lontane saltando quella di mezzo, alla quale appartiene il regista 56enne.
Volendo, si può vedere “Tutto quello che vuoi” come una variazione sui temi di “Scialla!”, e non è un appunto critico. Bruni, a lungo co-sceneggiatore di Paolo Virzì e poi regista in proprio, pesca volentieri nel proprio vissuto familiare per trasformare un certo autobiografismo dichiarato in storie universali, rappresentative, di tutti. Se nel suo film d’esordio il rapporto, dai connotati buffi, era tra un adolescente “fancazzista” e il demotivato padre prof che non sapeva di avere avuto quel figlio, qui la parentela si stempera in una sorta di ideale cheek-to-cheek tra un ventiduenne giovanotto trasteverino, ignorantello e turbolento, e un ottantacinquenne poeta, piuttosto svagato a causa del progressivo morbo di Alzheimer. La cine-metafora non evoca più Enea che si carica sulle spalle il padre Anchise; semmai è quel “nonno” acquisito, un po’ svanito ma colto e ancora capace di sorprendersi, a condurre per mano verso una maturità inattesa il “nipote” con l’orecchino e un legame irrisolto col padre vedovo in procinto di risposarsi con una slovacca.
Avrete capito. Da un lato, c’è il romanissimo Alessandro, cioè Andrea Carpenzano, bello e spavaldo, pure capace di portarsi a letto la mamma di uno dei suoi tre amici da bar; dall’altro il pisano Giorgio, cioè Giuliano Montaldo, che fu amico di Pertini, poeta assai premiato e presto dimenticato, dall’eloquio forbito, all’antica (dice “Non sono affatto persuaso” o “Ce la siamo spassata con moderazione”).
Due opposti in buona misura destinati a non incontrarsi, ma siccome siamo al cinema il miracolo avviene. E con esso arriva lo spunto per una sorta di atipico road-movie. Da qualche parte in Toscana, sul finire della Seconda guerra mondiale, l’allora giovanissimo Giorgio nascose dentro uno stagno, sotto una croce a far da segnale, qualcosa di prezioso ricevuto da tre soldati yankee; e ora quella memoria affiora dai fumi confusi della memoria e da alcuni versi “incisi” con un punteruolo sulle pareti dello studio. Scommettiamo che il poeta, il giovanotto e i suoi tre amici per la pelle si ritroveranno su un vecchio Suv alla caccia del tesoro nascosto?
C’è una frase, forse, che custodisce il senso della storia escogitata da Bruni cucendo memorie paterne di guerra e suggestioni tratte dal romanzo “Poco più di niente” di Cosimo Calamini. Questa: “Nella poesia si ama chi ti pare, nella vita si ama solo chi ti sta accanto”. La sospira l’affettuoso Giorgio allo scalpitante Alessandro, in una chiave di consapevolezza che chiarisce via via i percorsi sentimentali dei personaggi, anche una possibile svolta.
Trapunto di una grazia gentile, a tratti commossa ma non piagnona, “Tutto quello che vuoi” evita con una certa cura le trappole emotive insite nella vicenda dalla conclusione scritta sin dall’inizio. Carpenzano e Montaldo formano una coppia precisa, anche spassosa nei duetti al parco, ben calibrata nei rispettivi tic generazionali; ma s’intonano al clima tutti gli altri interpreti: da Donatella Finocchiaro ad Antonio Gerardi, da Emanuele Propizio a Riccardo Vitiello, da Raffaella Lebboroni ad Arturo Bruni, moglie e figlio del regista.
Alla buona resa generale contribuiscono, sul piano tecnico, la fotografia non effettata di Arnaldo Catinari, il montaggio accurato di Cecilia Zanuso e le musiche piacevoli di Carlo Virzì (usate con parsimonia, quando servono). Insomma, un film da vedere, e c’è da augurarsi che il passa-parola lo aiuti, come sta aiutando “La tenerezza” di Gianni Amelio.
PS. In “C’eravamo tanto amati” risuonava una finta ballata partigiana, “E io ero Sandokan”, scritta da Trovajoli su testo di Scola. Qui, invece, echeggia una vera canzone partigiana, pare trovata su YouTube, di cui non si conosce l’autore. Chi sapesse, si faccia avanti. Dice a un certo punto: “Perché se libero / un uomo muore / Che cosa importa / di morire?”.

Michele Anselmi

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