Manhattan. Torna al cinema il capolavoro di Woody Allen

Riguardando Manhattan, a distanza di tempo, il ricordo va a quel perfetto compenetrarsi di commedia e romanticismo: il sentimento di un uomo sulla quarantina per una ragazza delle scuole superiori. A una visione rinnovata, più maturi e consapevoli, empatizzeremo con la vera natura del film, assai più sottile e complessa. Non si tratta di una pellicola sull’amore soltanto, ma sul senso di perdita. Tra le tante canzoni a comporre la maestosa colonna sonora, ce n’è una in particolare di cui parla l’autore: “Stanno suonando canzoni d’amore, ma non per me”.

Isaac (Woody Allen, qui ex sceneggiatore televisivo, aspirante scrittore) e Tracy (Mariel Hemingway) hanno davvero così poco in comune? L’uomo non si sente abbastanza speciale per mantenere in vita la coppia, crede di avere poco da offrire a una donna tanto giovane, così da invitarla a recarsi a Londra per aderire al progetto di una borsa di studio. “Penserai a me come a un ricordo memorabile”, le dice. Solo più avanti, a fine pellicola, Isaac confiderà a un’amica: “Hai presente Tracy? (…) Io credo che i momenti più sereni e più carini li ho passati con lei. Era veramente straordinaria”. Il protagonista si circonda di pochi intimi, testimoni delle sue sconfitte, di tante frustrazioni amorose. L’ex moglie (Meryl Streep) lo ha lasciato per una donna ed è in procinto di scrivere un bestseller che mette alla berlina la loro vita e il loro matrimonio. Yale (Michael Murphy), felicemente sposato da anni, ha una relazione con Mary (Diane Keaton). E tuttavia l’idillio tra l’uno e l’altra pare non avere futuro così che l’amico del cuore consiglia a Isaac di uscire con la sua ex fiamma. In principio le cose tra i due paiono funzionare, ma la buona volontà non è sufficiente. Tutti i personaggi, dal primo all’ultimo, si nascondono dietro alle parole, discorsi vuoti e logorroici per occultare la vera emotività. Il film non parla dell’amore al tempo presente, ma dell’amore sofferto in passato: il dolore di quando ci accorgiamo di aver avuto tra le mani una cosa preziosa, ormai perduta. Manhattan è al medesimo tempo una dichiarazione sentimentale nei confronti di una città. La scena d’apertura è di forte impatto, di quelle che non si dimenticano facilmente: in un accecante bianco e nero, grattacieli risplendono al sole dell’alba sulle note di Rhapsody in Blue di Gershwin.

Immagini indelebili nella storia del cinema: a Central Park coppie siedono su una panchina, corrono su una carrozza a cavalli. Si è soliti dire che Allen interpreti sempre lo stesso personaggio in ogni suo film. È ingiusto e inesatto. Spesso utilizza i medesimi manierismi, è vero, gli stessi tic verbali, ma l’Isaac di Manhattan è un uomo semplice, le cui insicurezze si fondano su una profonda immaturità. Vuole qualcosa, senza sapere cosa. Basta guardare il suo volto nella scena finale, mentre chiede a Tracy di rimanere, di non andare a Londra. Allen coglie quell’intenzione precisa, difficile da catturare, dell’uomo che desidera e si rammarica assieme. Quella ragazza era sua, ma l’ha persa, ed ora entrambi sanno che il loro tempo si è consumato. Non sta progettando il futuro, ma tenta di riscrivere il loro passato. Certo, lei penserà a lui come a un ricordo memorabile. Manhattan torna nei cinema da giovedì 11 maggio.

Chiara Roggino

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