“THE DINNER”, TERZO FILM TRATTO DA “LA CENA” DI HERMAN KOCH. GIOCO AL MASSACRO A TAVOLA. E GETTYSBURG COME METAFORA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Perché non chiamarlo semplicemente “La cena”, come il romanzo dell’olandese Herman Koch, pubblicato in Italia nel 2009 da Neri Pozza? Dice: c’è un film di Ettore Scola intitolato così. E quindi ecco “The Dinner”, in inglese, terza trasposizione cinematografica del best-seller, dopo l’olandese “Het Diner” di Menno Meyjes e l’italiano “I nostri ragazzi” di Ivano De Matteo, piuttosto fedele il primo, liberamente ispirato il secondo.
Questa nuova versione, ambientata negli Stati Uniti e ricolma di star anglosassoni, è forse la migliore, per quanto alquanto cervellotica e “d’autore”, spesso fuori di testa come alcuni dei personaggi, sempre sul filo di una crisi di nervi. La firma il regista Over Moverman, israeliano naturalizzato americano, classe 1966, un passato da giornalista. Spiega il cineasta: “Volevo che il film avesse, come uno dei personaggi, problemi di salute mentale”. In effetti “The Dinner”, nelle sale da giovedì 18 maggio con Videa, è spiazzante, anche parecchio divagante, intreccia tre livelli temporali, ad ognuno dei quali corrisponde uno stile cromatico, in modo che lo spettatore sia progressivamente risucchiato in un feroce psicodramma familiare scandito, per contrasto, dalle lussuose portate della cena in un ristorante esclusivo. Cioè: aperitivo, antipasto, portata principale, formaggi, dessert, digestivo (ogni piatto costa un occhio della testa). Il tono è a tratti da commedia dell’assurdo, con punte di grottesco, ma il dilemma morale posto dalla vicenda, pure dal sottotitolo del film, è tutt’altro che campato per aria: “Cose sei disposto a fare per proteggere chi ami?”. In questo caso due figli adolescenti che, tornando da una festicciola, hanno commesso un atto atroce, per rabbia e noia: dar fuoco a una barbona ubriaca dentro la cabina di un bancomat.
Il meccanismo narrativo non è “a orologeria”, e anzi Moverman scompone e dilata la sequenza degli eventi, certo introducendo subito un clima teso, di insofferenza, quasi di minaccia messa a rosolare sulla tavola imbandita. Stan Lohman, membro del Congresso in corsa per la carica di governatore, organizza una cena a quattro in un ristorante per grand gourmet: con lui la moglie Katelyn, il fratello minore Paul e la cognata Claire. Tutti belli ed eleganti, essendo i quattro personaggi incarnati rispettivamente da Richard Gere, Rebecca Hall, Steve Coogan e Laura Linney. Ma il cibo sontuoso, presentato con lambiccata cura dal maestro di cerimonie, non interessa a nessuno dei quattro. Perché il tema della serata, appunto, è un altro. Come comportarsi con quei due ragazzi assassini: denunciarli o proteggerli? “Se non pagano per quello che hanno fatto, che cosa diventeranno?” si chiede il politico in carriera, pronto a fare anche un passo indietro (forse). Ma gli altri tre commensali non la pensano così.
Se nella cine-versione del nostro De Matteo, più diretta e ideologica, il dilemma investiva il contrasto tra destra e sinistra, rovesciando qualche luogo comune in materia, in “The Dinner” l’elemento del disagio mentale irrompe nel quartetto, facendo di Paul, l’ex professore di storia disoccupato, instabile, reduce da un esaurimento nervoso, il fulcro della resa dei conti. Ossessionato dalla battaglia di Gettysburg, luglio 1863, una delle più sanguinose della Guerra civile americana, Paul ostenta un sarcastico disinteresse nei confronti delle leccornie servite a tavola, ma appare subito chiaro che il carico di risentimenti verso il fratello maggiore nasce da motivi più profondi, familiari, sepolti nell’infanzia. Gettysburg, insomma, come metafora di un’America e di una famiglia incapaci di riconciliarsi, di fare pace, di seppellire i propri morti.

Il film è sedimentato, complesso, talvolta artificioso e pure un pizzico noioso. Molto “arty”, avrebbe scritto il sempre rimpianto Tullio Kezich. Niente a che fare con “Carnage” di Polanski, al quale pure è stato avvicinato. Però gli interpreti sono bravi, la nevrosi palpita per tutto il tempo, il finale immoralista è giustamente aperto (e la cena va abbastanza di traverso).

Michele Anselmi

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