Alamar, un padre, un figlio e il mare

In un atollo incontaminato vive il vecchio Matraca, che esercita la pesca con metodi antichi nel Banco Chinchorro, un’estesa barriera corallina nei mari del Messico. Un giorno il figlio Jorge lo raggiunge, insieme al nipotino di cinque anni, Natan, nella palafitta dove vive. Il piccolo vive a Roma con la madre Roberta, ma prima che inizi ad andare a scuola, Jorge vuole fargli conoscere il suo mondo lontano dalla vita di città. Qui Natan scopre una profonda connessione con la natura, imparando ad esplorare l’affascinante mondo che si cela sotto la superficie marina; l’esperienza rimarrà nel bambino per sempre.

Alamar, diretto da Pedro González-Rubio, è stato prodotto nel 2009, ma solo ora arriva nelle sale italiane. Il regista mostra con stile eleganza e toni cinematografici di quieta serenità la vita quotidiana dei protagonisti, giorni che si inseguono l’un l’altro e dove non accade nulla di straordinario. Sta forse qui la bellezza di questa storia, in cui tutto è idilliaco e solenne, in cui la quasi totale mancanza di dialoghi finisce con lo sconfinare in una tonda profondità, senza creare alcun disagio nello spettatore. Alamar, piccolo gioiello nascosto per troppo tempo, affronta un viaggio in tematiche importanti e cruciali come quelle della paternità e dell’importanza delle radici. Nelle sale dal 25 maggio.

Sarah Shaqiri

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