“L’INTRUSA” A CANNES (PER CORTESIA FINIAMOLA CON ANTIGONE): UNA MAMMA CAMORRISTA VA AIUTATA O RESPINTA DAL GRUPPO?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Diciamo che “L’intrusa” è un film nobile e severo, girato con uno stile sobrio, quasi documentaristico, benché tutto costruito sulla prova degli attori. Però si fatica un po’ ad arrivare alla fine, anche se dura solo 95 minuti. Passato oggi alla “Quinzaine des réalisateurs” di Cannes, ma nelle sale italiane solo a novembre, il secondo lungometraggio di Leonardo Di Costanzo, dopo “L’intervallo”, non sarà un film sulla camorra, tuttavia siamo da quelle parti. Tanto è vero che il regista spiega: “È un film su chi ci convive (con la camorra, ndr), su chi giorno per giorno cerca di rubargli terreno, persone, consenso sociale, senza essere né giudice né poliziotto”.
Da questo punto di vista, forzando un po’ il senso del titolo, le intruse sono due. La sessantenne Giovanna, che viene dal nord e da anni gestisce nella periferia napoletana, il centro “La Masseria”, cioè un luogo “di gioco e creatività al riparo dal degrado e dalle logiche mafiose”; e la ventenne Maria, madre di una bambina e moglie di un feroce killer camorrista, appena arrestato, che aveva trovato rifugio proprio dentro quel centro all’insaputa di Giovanna.
Mettiamo da parte il mito di Antigone, tirato in ballo sempre un po’ a sproposito appena c’è una mamma alle prese con un fosco dilemma morale (vale anche per “Fortunata” di Sergio Castellitto). “L’intrusa” gioca, drammaturgicamente, su un doppio binario: da un lato la vita dimessa, rigorosa, quasi francescana di questa sofisticata donna settentrionale con la erre moscia e i capelli imbiancati; dall’altro il crescente pregiudizio che si abbatte su quella madre cresciuta nella logica camorristica e incapace, forse, di distaccarsene.
Fotografia a luce naturale, poca musica, attori perlopiù esordienti o non professionisti, paesaggi e ambienti desolati, molti campi lunghi e un montaggio, a prima vista, ridotto al minimo. Di Costanzo pedina i suoi personaggi, li scruta nei gesti quotidiani, racconta senza enfasi il panorama umano della vicenda: i familiari dell’uomo ucciso “per sbaglio” dal sicario, i poliziotti al lavoro, il preside col quale collabora Giovanna, i ragazzini “svantaggiati” che hanno trovato una casa sorridente in quel centro, le mamme che danno una mano, le cugine camorriste in Suv, naturalmente le due protagoniste intente a studiarsi.
“Ne ho conosciute tante di mamme come lei, nessuna felice” avverte Giovanna quando sente montare l’ostilità della comunità contro “l’intrusa”. E a quel punto, mentre si prepara la festa con gli oggetti meccanici o di cartapesta costruiti dai ragazzini, anche lei dovrà decidere come schierarsi, capire se è possibile trovare un equilibrio tra paura e accoglienza, tra tolleranza e fermezza.
Raffaella Giordano, torinese, nella vita danzatrice e coreografa, già antipatica mamma di Leopardi nel film “Il giovane favoloso”, incarna Giovanna con l’aria di chi mette un po’ in scena se stessa: per gesti, movimenti, sguardi, toni di voce, abbigliamento. Magari invece è tutto assai costruito. Mi pare decisamente più convincente Valentina Vannino, napoletana, classe 1991, che debutta al cinema facendo di Maria una madre costretta ad essere lupa per non soccombere. Produce Carlo Cresto-Dina con Raicinema, distribuirà Valerio De Paolis.

Michele Anselmi

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