“CUORI PURI”. ANCORA UNA ROMA DI PERIFERIA, MA DE PAOLIS AGGIRA MOLTI CLICHÉ NEL RACCONTARE UN AMORE PROIBITO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

“Cuori puri” è un bel titolo, da leggere come si vuole. In senso letterale, metaforico, per antifrasi. Anche se nel film d’esordio di Roberto De Paolis, oggi a Cannes nella sezione “Quinzaine des réalisateurs” e dal 24 nelle sale italiane distribuito da Valerio De Paolis (padre del regista) con etichetta Cinema, c’è uno scambio tra i due giovani protagonisti che recita così. “Voglio essere pura” fa Agnese. “Tu sei pura” rieplica Stefano.
Avrete capito che c’è di mezzo la verginità: “vista come la perdita di un’illusione infantile di purezza e di perfezione: la verginità di un corpo, di un territorio che vogliono rimanere puri, senza mischiarsi con l’esterno”, come spiega il regista.
Siamo nella periferia romana, oggi molto frequentata al cinema nelle forme più diverse, da “Lo chiamavano Jeeg Robot” a “Suburra”, da “Il più grande sogno” a “Fortunata”. Nel caso di “Cuori puri” quella che fu la borgata “pasoliniana”, con una sua precisa identità sociale e antropologica, lascia spazio a un agglomerato urbano caotico e multietnico, anche rischioso, minato da un discreto tasso di piccola criminalità. In questo contesto Agnese e Stefano si conoscono. Oddio, il verbo suona impreciso. Il film parte, sotto il sole cocente, con un inseguimento: lei, neanche diciottenne, ha appena rubato un telefonino in un centro commerciale; lui, venticinquenne, la rincorre per recuperare l’oggetto e denunciarla. Non andrà così.
Una corsa simile, ma di segno diverso, chiuderà quasi due ore dopo il film, consegnando allo spettatore un messaggio di speranza. In mezzo si srotola la storia di un amore travagliato, inatteso, anche contrastato. Perché Agnese, guardata a vista da una madre dura e devotissima alla Chiesa cattolica, sta per compiere una promessa di castità fino al matrimonio, non senza qualche titubanza; mentre Stefano, retrocesso a custode di un parcheggio aziendale nei pressi di un campo rom, deve fare i conti con i genitori rimasti senza casa, con un amico che lo vuole riportare sulla cattiva strada e una Honda Hornet che volentieri si rompe.
La forza di “Cuori puri” deriva, in buona misura, dalla fisicità schietta e sensuale, figlia di una sbadata bellezza proletaria, dei due personaggi: lei, con frangetta e gonna svolazzante, è Selene Caramazza, lui, con orecchino e muscoli in vista, Simone Liberati, perfetti nei rispettivi ruoli. Attorno ai due, mentre cresce la tensione xenofoba verso la piccola e turbolenta comunità rom, una serie di attori professionisti che cesellano con cura il contesto umano: la mamma di lei Barbora Bobulova, i genitori di lui Antonella Attili e Federico Pacifici, l’amico sbruffone Edoardo Pesce, il prete gentile e paterno Stefano Fresi…
Non siamo troppo distanti da “La ragazza del mondo” di Marco Danieli, anche se lì il conflitto tra pulsioni sessuali e amore scandaloso traeva nutrimento dalle rigide regole legate alla vita dei Testimoni di Geova. In “Cuori puri” l’elemento religioso, descritto dal regista con affetto e partecipazione emotiva, svolge un ruolo diverso, per alcuni versi più rassicurante, quasi di tenuta sociale; e tuttavia Agnese dovrà in qualche modo “sporcarsi”, riconoscersi impura, per incrinare la campana di vetro dalla quale prima o poi bisogna fuggire.

Michele Anselmi

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