Una vita. Da Guy de Maupassant, un delicato film sulla “condizione umana”

Normandia, 1919. Jeanne Le Perthuis Des Vauds, allevata da genitori affettuosi, amorevoli e protettivi, torna a casa dopo anni di studio trascorsi in convento. La giovane si innamora perdutamente del visconte Julien de Lamare, vicino di casa di bell’aspetto e buone maniere. I due convolano a nozze. Presto gli eventi – un tradimento perpetrato sotto il tetto coniugale – riveleranno la vera natura dello sposo: bugiardo, meschino, violento. Per Jeanne è solo l’inizio di una lunga e dolorosa caduta nella povertà e nella tristezza.

«Mi ci sono voluti vent’anni per arrischiarmi a mettere su questo film. Maupassant è un autore che mi accompagna da sempre. Dopo aver letto il romanzo, ho sentito subito una prossimità con il personaggio di Jeanne: la difficoltà a diventare adulti, a separarsi da una dimensione di candore… L’opera di Maupassant è atemporale perché i suoi personaggi non sono rappresentativi della sua epoca. Sono ripresi nella loro intimità, perciò raccontano qualcosa di universale. Se avesse trattato della condizione della donna nel XIX secolo non mi avrebbe minimamente interessato. Quello che mi spingeva verso Jeanne era il suo mondo interiore». (Stéphane Brizé)

L’atmosfera bucolica delle prime immagini è un susseguirsi di piani fluidi e leggeri in cui Stéphane Brizé presenta la “sua” protagonista per la prima volta. Il pubblico partecipa dell’attenzione di Jeanne (Judith Chemla, talentuosa giovane attrice della Comédie- Française), concentrata ad apprendere, sotto la guida paterna, i gesti precisi e il lento lavoro di pazienza imposti dal giardinaggio. La giovane Le Perthuis Des Vauds sboccia alla vita. Cuore puro e spirito idealista, è libera di scegliere per sé ciò che più la aggrada.
Dopo il trionfo di La legge del mercato, Una vita si impone per l’utilizzo di una narrativa e di uno stile profondamente personali, autografo dell’autore. Elegante, raffinata senza ostentazione, l’opera di Brizé è fatta di chiaroscuri tra lunghi piani-sequenza, audaci ellissi, salti nel tempo e rotture narrative. Coprotagonista la natura, onnipresente in ogni sua forma, ora benevola ora ostile.

Flashback improvvisi infestano la psiche della protagonista, vittima impotente del proprio idealismo, prigioniera della sua buona indole, di un’innata fede nel genere umano. Per far fronte ad un monumento della letteratura francese, Brizé fa la sua scelta: raccontare la storia dall’unico punto di vista di Jeanne. Un’operazione rischiosa quest’ultima, tale da motivare alcuni cambiamenti importanti nello script originale. Per permettere al pubblico di auscultare da presso il battito cardiaco della giovane eroina, per meglio empatizzare con le sue gioie e i suoi dolori, il regista deciderà d’utilizzare la camera a mano, racchiudendo l’immagine in una stretta cornice, formato 1.33. Da qui la sensazione di movimento in uno stretto ambiente carcerario dove l’aria sembra mancare quasi del tutto. Una scelta di messa in scena che incombe sul personaggio della protagonista fin dalle prime immagini, nei momenti di pura felicità, nelle rêveries quando, fanciulla, attendeva qualcosa di diverso per il proprio futuro. Febbrile, Jeanne, può vacillare da un momento all’altro. Da qui la fragilità di un personaggio che Brizé decide di accompagnare in ogni momento della sua vita, nei suoi giorni felici, come nelle rampe di solitudine e disperazione. Una vita è arte fatta di suoni e immagini in grado di comunicare il peso degli anni, la rapidità delle ore, la crudeltà del tempo che scorre e corre inesorabile. Insieme a Jeanne assaporiamo l’amaro calice delle disillusioni e in extremis la forza della vita e dei ricordi più cari. “La vita, vedete, non è così buona né cosi cattiva come la si crede”. Nelle sale italiane da giovedì primo giugno.

Chiara Roggino

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