DOVE VA IL CINEMA ITALIANO? SE LO CHIEDE UN CONVEGNO ANICA. VAI A SAPERLO. ESCE “MARIA PER ROMA”: 6.000 EURO IN 5 GIORNI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Nel giorno in cui il gotha cinematografico tricolore, chiamato a raccolta dal presidente dell’Anica Francesco Rutelli dalle parti di piazza di Spagna, si interroga insieme al ministro Dario Franceschini sul poderoso e squillante tema “Dove va il cinema italiano?”, do uno sguardo ai poveri incassi nostrani e vedo che “Maria per Roma” ha totalizzato in cinque giorni all’incirca 6.000 euro (anche perché uscito in tre copie o giù di lì). Presentato orgogliosamente da Antonio Monda alla Festa del cinema 2016, il film segna l’esordio alla regia dell’attrice romana Karen Di Porto, e all’epoca mi domandai se non fosse bastato il nome della Capitale nel titolo per inserire il film nella selezione ufficiale.
Detto questo, considerata la disattenzione generale che avvolge le uscite italiane, salvo rare eccezioni, viene quasi voglia di rivalutare l’autobiografico e molto autoriferito “Maria per Roma”.
La Maria del titolo è una giovane donna romana con ambizioni da attrice, forse brava, in bilico tra teatro off e provini umilianti, che in attesa della grande occasione artistica fa la “key holder”, cioè lavora per un’agenzia turistica specializzata nell’affittare case nel centro storico ai turisti. Maria custodisce le chiavi degli appartamenti, si occupa di ricevere i clienti, controlla documenti e carte di credito, il tutto correndo in sella alla Vespa sulla quale porta anche l’amata cagnolina Bea.
“Maria per Roma” è la cronaca di una giornata piuttosto stressante, insieme buffa e amarognola, nel corso della quale l’eroina eponima si sbatte come una matta, sempre sull’orlo della crisi di nervi, per tenere insieme lavoro e passione.
Il film fa un po’ il verso al primo Nanni Moretti, specie per la recitazione tra lo straniato e lo sfocato, in un clima estivo squisitamente romanesco che dovrebbe evocare il dilemma esistenziale vissuto dalla protagonista: inseguita dai contrattempi, incapace di riconoscere chi le vuole bene davvero, sempre affannata nel rincorrere il sogno artistico.
Karen Di Porto, nel triplo ruolo di attrice protagonista, sceneggiatrice e regista, distilla nel film molto di sé, e fin qui non ci sarebbe nulla di male; purtroppo è il dosaggio degli ingredienti a risultare acerbo, anzi parecchio meccanico, tra scenate di turisti isterici, bramini silenziosi che si rifiutano di portare le valigie, finti centurioni minacciosi, un amico gentile che si traveste da Gesù Cristo, cineasti chiacchieroni e fatui, produttori ambigui, gay sopra le righe, feste alla Casa del cinema, mamme rompiscatole e fantasmi del papà. Morale della favola? «Roma: ‘ndo ‘ndo guardi guardi, è tutto bello» sentiamo sospirare nell’epilogo notturno sotto un ponte, che introduce un momento di quiete dopo una giornata al cardiopalma. Può darsi, ma il cinema, in generale, è un’altra cosa.

Michele Anselmi

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