L’omologazione della forma-film con l’intrattenimento. Il caso di Gomorra

Nel “Faccia a Faccia” con Giovanni Minoli del 7 maggio scorso, il Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, tra i tanti argomenti toccati, ha parlato anche della nuova legge sul cinema. “In Italia si fanno troppi film”, ha detto,“quindi bisognerà diminuire -e i decreti attuativi della legge puntano a questo- il numero dei film finanziati in modo che cresca la qualità e cresca anche il mercato”. Dello stesso parere è il Presidente dell’Anica, Francesco Rutelli, che in una recente intervista al Corriere della Sera, ha dichiarato:“Piccolo può essere bellissimo ma occorre una robusta dimensione produttiva italiana. Se la dimensione media è intorno a 1 milione di euro e se ne fanno 150 è un problema”. Dunque, meglio 15 film da 10 milioni di euro. Oppure, meglio ancora, 10 da 15 milioni di euro. Se fosse questo il retropensiero di Franceschini e Rutelli, tutte le risorse finirebbero nella disponibilità di poche grandi imprese, sbarrando drasticamente la strada a nuovi soggetti produttivi, e impendendo la realizzazione di quei piccoli film che, secondo lo stesso Rutelli, “sono palestra di nuovi mondi”. Al di là di questa generica definizione, diminuendo il numero dei film prodotti, sembra assai difficile che “cresca il mercato” e si riesca ad ottenere “una robusta dimensione produttiva”.
Se per un verso si teme che sarà sempre più difficile raccontare “nuovi mondi”, sperimentare nuove tecniche e nuovi linguaggi, per un altro si avverte una persistente spinta all’omologazione della forma-film con l’intrattenimento audiovisivo.
Una conferma possiamo trovarla nell’autorevole opinione di Aldo Grasso a proposito di “Gomorra-la serie”. Già un paio di anni fa, il critico televisivo del Corriere della Sera aveva stabilito che “la serie è migliore del film, che è migliore del romanzo”. Ma recentemente è tornato sull’argomento scrivendo che “la serie ha superato in complessità il libro e il film da cui è tratta”. Stupisce che Grasso scriva del romanzo di Saviano, del film di Garrone, e della serie realizzata da Sollima, come se si trattasse di prodotti omogenei, come se ci trovassimo di fronte a un progetto produttivo lineare –romanzo/film/serie tv- tipico dell’industria dell’intrattenimento. E sorprende che non prenda minimamente in considerazione le differenze, che sono sostanziali, evidentissime.
Il romanzo di Saviano, costruito con la passione del cronista e il distacco critico dell’analista, è un riuscitissimo tentativo di “non-fiction novel”, o “romanzo verità”, o “romanzo inchiesta”: racconta fatti realmente accaduti, descrive situazioni e luoghi reali, cita nomi e cognomi di camorristi altrettanto reali. E, particolare che non è lecito dimenticare, è costato all’autore la condanna a morte da parte della camorra.
Il film di Garrone – a mio parere, uno dei migliori film italiani degli ultimi venti anni- è un’opera di ispirazione neorealista, di grande forza espressiva, costruita con il rigore di un saggio di antropologia camorristica, che rinuncia alla tecnica e al
linguaggio dell’immedesimazione, dell’empatia. La serie, al contrario, fa vivere allo spettatore, dall’interno, le vicende del clan Savastano, lo spinge all’empatia con i personaggi principali, personaggi di invenzione, per quanto modulati sulle caratteristiche di criminali operativi nel territorio campano. Dunque, da un romanzo “non-fiction”, privo di eroi sia negativi che positivi, a un film “neorealista”, anch’esso senza eroi, a una serie di pura fiction, costruita sui conflitti tra i suoi eroi negativi, che traduce in intrattenimento le terribili vicende camorristiche raccontate da Saviano nel suo romanzo. Intrattenimento di altissima qualità, inconsueta per la nostra serialità, bisogna dirlo. Come, del resto, è testimoniato dal grande favore con cui “Gomorrah” è stata accolta dal pubblico e dalla stampa degli Stati Uniti, in particolare da The Hollywood Reporter, la “bibbia” dell’entertainment americano.

Daniele Costantini

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