ADDIO A PAOLO VILLAGGIO, CONDANNATO A FARE FANTOZZI. AVEVA 84 ANNI, FU “GOGOLIANO” MA NON SEMPRE SIMPATICO

È morto a Roma Paolo Villaggio. Aveva 84 anni. Da alcuni giorni era ricoverato al Policlinico Gemelli. Era nato a Genova il 30 dicembre 1932.
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L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

La migliore definizione di Paolo Villaggio, gran maschera da cinema, presentatore tv e fortunato scrittore oltre che occasionale paroliere di canzoni per l’amico De André, la coniò nel 1985 il critico di “La Stampa” Stefano Reggiani. Eccola: «L’impiegato di Genova, divenuto il Nostro Attore, sentì la fatica di essere sfrenato e l’importanza di essere megalomane. Divenne ideologo ma per fortuna restò anche comico, con un lampo di spavento negli occhi che gli fa perdonare l’eccesso negli eccessi, la spudoratezza nella spudoratezza». Purtroppo tra il 1985 e oggi, nonostante un Leone d’oro e un David di Donatello, entrambi alla carriera, e due film nobilitanti, come “La voce della Luna” di Federico Fellini e “Il segreto del bosco vecchio” di Ermanno Olmi, la comicità di Villaggio finì con l’appannarsi e il gusto dell’eccesso, anche verbale, prese il sopravvento sull’artista. Capita anche ai grandi.
Del resto, con l’età che avanzava e il peso che ne limitava i movimenti, l’attore genovese si divertiva a far la parte del Gran Cinico. Il giorno dei funerali di Mario Monicelli, il 1° dicembre 2010, provò a far sorridere la platea producendosi in un’orazione venata di umorismo nero, tra ricordi personali e affondi fantozziani. «Se c’è qualche anziano che sente di essere vicino alla commemorazione, sono pronto, s’intende a pagamento» scandì rivolgendosi ai colleghi agé in prima fila. Il solito numero tirato un po’ per lunghe, infatti Ettore Scola gli rispose tra le righe.
Ma è anche vero che con la materia gli piaceva giocare. Sin da quando annunciò che sarebbe morto il 14 dicembre 2002. Non accadde, per fortuna; e quando il 15 maggio 2012, in seguito a uno scherzaccio su Facebook, il capogruppo del Pd al Consiglio comunale di Firenze chiese un minuto di silenzio in ricordo di Villaggio, l’interessato se la cavò benone, ironizzando così: «Ringrazio per la gentilezza dell’iniziativa e per le condoglianze, ma per ora sto ancora abbastanza bene. Sarebbe stato un minuto di silenzio preventivo, un’iniziativa mai vista».
Il suo cine-medagliere, salvo errori, conta 75 film, dal primo “Eat it” di Francesco Casaretti del 1968 all’ultimo “Tutto tutto niente niente” di Giulio Manfredonia, dove fa un presidente del Consiglio praticamente muto, una specie di Trimalcione dedito solo a mangiare leccornie. Inutile fare l’elenco, molti di quei titoli sono dimenticabili, anche se riempirono le tasche di produttori, registi e dello stesso Villaggio. In fatto di cinema l’uomo non andava tanto per il sottile, se c’era da girare un “seguito” non si tirava indietro, e la longevità della serie legata a Fantozzi lo dimostra. Anche se i migliori restano il primo e il secondo, diretti nel 1976 e nel 1976 da Luciano Salce. Pare che all’inizio Villaggio avesse pensato a Renato Pozzetto e poi a Ugo Tognazzi per il ruolo dell’impacciato, tozzo e sgraziato travet; i due rifiuti lo costrinsero a buttarsi nell’avventura e fu la sua fortuna. “Fantozzi” uscì nelle sale nel marzo del ’75 totalizzando qualcosa come sette miliardi di lire. L’anno dopo, con “Il secondo tragico Fantozzi”, la mitica battuta sulla “Corazzata Potëmkin” portò alle stelle la fama popolare del personaggio e il valore commerciale dell’attore.
Non che fossero brutti i film precedenti, tutt’altro. Prima dell’exploit al botteghino, Villaggio aveva recitato accanto all’amico Vittorio Gassman in commedie come “Brancaleone alle Crociate”, “Che c’entriamo noi con la rivoluzione” e “Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto”; e sono degni di nota sia “Sistema l’America e torno” di Nanni Loy sia “Non toccare la donna bianca” di Marco Ferreri.
Ma certo Fantozzi, spremuto fino allo spasimo dopo i primi due, attraverso altri otto episodi diretti da Neri Parenti, lo proiettarono nel firmamento dei comici sicuri, buoni per ogni combinazione e variazione: da “Dottor Jekyll e gentile signora” a “Fracchia la belva umana”, da “Bonnie & Clyde all’italiana” a “Pappa e ciccia”, e poi le serie sui pompieri, le scuole dei ladri, le comiche, eccetera. Nel 1988, diretto da Maurizio Ponzi, provò a misurarsi con qualcosa di diverso, attualizzando in chiave ligure “Il Volpone” di Ben Jonson, con una giovanissima Sabrina Ferilli. Andò maluccio, però subito dopo arrivò la chiamata di Fellini per “La voce della luna”, e l’accoppiata con Roberto Benigni lo portò addirittura al festival di Cannes. Spaesati entrambi, i due comici, nel fantasioso mondo felliniano, benché il grande riminese avesse pensato a Villaggio per il mai realizzato “Viaggio di G. Mastorna, detto Fernet”; e non andò tanto meglio con Olmi, che lo volle per “Il segreto del bosco vecchio”, dal romanzo di Buzzati: un po’ favola incantata, un po’ parabola cristiana ed ecologica sul rispetto per gli altri e per la natura, sul potere e l’avidità, con l’attore alle prese con i modi ieratici di un attore kabuki.
Fu qualche anno dopo quel film, pure accolto alla Mostra di Venezia con tutti gli onori, che Villaggio prese a fare dichiarazioni discutibili. Del tipo «Non so quale sia l’utilità del festival. Dovrebbe accogliere tutti i tipi di film. Non solo quelli intellettuali». Aggiungendo, con tono tra l’ironico e il liquidatorio: «Il nuovo cinema italiano? Non lo conosco, non vado al cinema dal ‘53». Sfoghi senili, un po’ cinici e un po’ disinformati. Come se l’uomo, invecchiando, avesse preso a ruminare uno spirito di inacidita rivalsa verso i nuovi autori e attori che strideva col buon senso. Tanto più visto che nel 2000 era tornato in gara a Venezia nel ruolo del sadico odontoiatra in “Denti” di Gabriele Salvatores.
“Gogoliano”, e quindi ridicolmente/tragicamente universale, sullo schermo, Villaggio scivolava fuori dal set in umorali chiacchiere da bar. Per anni si divertì a definire Francesca Archibugi “la suorina”, perché non l’avrebbe salutato in pubblico. Lei smentì, ma l’attore, dall’alto dei suoi incassi, continuò a farne il simbolo di un cinema elitario, salottiero e devitalizzato. Salvo poi rimangiarsi quando la regista lo chiamò per l’ottimo “Questione di cuore”.
La verità? Pur essendo un grande e versatile attore, basterebbe rivederlo in “Io speriamo che me la cavo” di Lina Wertmüller, Villaggio s’è divertito a fare qualche torto alla propria intelligenza e al proprio talento. Praticando il paradosso e non sottraendosi a una certa avidità: come quella volta che telefonò a “l’Unità”, ormai a un passo dalla chiusura del 2000, chiedendo di farsi pagare sontuosi soggiorni veneziani da 1 milione e 400 euro a notte per scrivere noterelle con la mano sinistra.

Michele Anselmi

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