Atomica bionda. Cocktail di spionaggio e malizia shakerato e non mischiato

Berlino, fine anni Ottanta. La spia Lorraine Broughton, agente dell’MI6 inglese, viene inviata in missione speciale nella città del Muro. La Storia potrebbe virare ulteriormente ed abbracciare il peggio qualora l’Atomica bionda non riuscisse ad impossessarsi di una lista contenente i nomi di tutti gli agenti in missione invischiati in affari pericolosi. Se la dovrà quindi vedere con una serie di personaggi doppiogiochisti e pericolosi. Mai quanto lei.

Atomica bionda, come suggerisce il titolo, è una bomba nucleare prossima all’esplosione. Il film di David Leitch utilizza tutte le armi in suo possesso per intrattenere lo spettatore e deflagrare il tessuto narrativo, soggetto continuamente ad una serie di tensioni che ne minano la linearità. Il racconto, infatti, alterna flashback raccontati dall’atomica ad un interrogatorio da parte dei suoi superiori che prova a gettare luce sulla poco chiara vicenda. In un affresco che utilizza pianisequenza, improvvise verniciate di colore e coreografie action incentrate sul corpo atomico di Charlize Teron, il manierismo viene accarezzato più volte. Luci al neon, scritte pastello in sovrimpressione e palazzi fatiscenti arricchiscono la delineazione della città di Berlino e l’esperienza estetica e rendono Atomica bionda un’esperienza audiovisiva che fa della confezione il proprio punto di forza.

Più simile al recente Kingsman che all’ufficiale saga di Bond, il film di Leitch ribalta gli standard del genere, perseguendo l’eccesso in qualsivoglia sequenza: dai combattimenti all’ultimo sangue alla tensione erotica sprigionata in modo malizioso. La tipica femme fatale del noir americano è trasformata in una donna algida che si sporca le mani e non se ne preoccupa più di tanto. L’alter ego femminile di John Wick è servito e sottoposto ad un lavaggio che lo priva del suo carattere netto, vantando un controllo estetico sorprendente per un cocktail shakerato del genere. Ma di cui, in fin dei conti, rimane ben poco.

Matteo Marescalco

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