La stampa perde più del cinema. Ma c’è poco da compiacersi

Se il box office del cinema langue (specie per la produzione italiana), nelle vendite dei quotidiani di questo passo l’editoria si avvicina alla catastrofe. Sono usciti i dati dell’Ads (Accertamento diffusione stampa) e c’è da rabbrividire. Più o meno perdono lettori tutti i giornali in edicola, mentre salgono solo le versioni online, che però attirano, stranamente, meno pubblicità del cartaceo, quasi che gli investitori non credessero nella resa di Internet. Vediamo i dati: il Corriere della sera, che vanta il primato di lettori è sceso a quota 200.000 di media giornaliera (per l’esattezza a maggio le copie erano 196.000). Il secondo posto spetta a la Repubblica, che segue con 22.000 copie in meno. A fronte di questi scivoloni c’è qualche lieve rialzo, come quello del Sole 24 Ore, che dopo essere stato vicino al fallimento ha cambiato direttore (Guido Gentili ha sostituito Roberto Napoletano, accusato di spese faraoniche anche a titolo personale) e ha guadagnato circa 20.000 copie che si aggiungono alle 55.000 di media giornaliera. Anche Il Fatto Quotidiano ha visto crescere le sue copie di circa mille copie, stabilizzandosi attorno a quota 35.000, il che è poco, ma visti i tempi è comunque un dato positivo.

Tutti gli altri quotidiani sono in perdita, non solo continuano a perdere lettori, ma si cannibalizzano a vicenda. Si salva solo la stampa locale, fatta di piccole testate a bassa tiratura, che si rivolgono a un pubblico interessato alla cronaca della propria città e del proprio territorio, uno zoccolo duro formato da lettori sopra i 50 anni. Se guardiamo all’età, i giovani sono scomparsi dall’oscilloscopio. Se trovate un ragazzo o una ragazza tra i 18 e i 35 anni che comprano un giornale (in Italia gli ultratrentenni sono considerati ancora giovani), segnalatelo all’associazione degli editori che gli danno un premio. I dati più impietosi sono quelli che passano dal rilevamento mensile alla statistica decennale. Qui siamo alla voragine. Basti pensare che il Corriere della Sera negli ultimi dieci anni ha perso il 45 per cento di copie. la Repubblica ne ha perse il 55 per cento. La Stampa circa il 48 per cento. Il Messaggero il 47 per cento. Il Fatto Quotidiano il 51 per cento. Il Manifesto, che nel 2007 vendeva una media di 21.000 copie nel gennaio 2017 ne ha vendute solo 8.375. A fronte di questa ecatombe gli editori cominciano a chiedersi se ha ancora senso fare il loro mestiere, sperano nell’online, ma al momento ci credono solo a sprazzi.

Qualche timida impennata si vede quando la politica entra in fibrillazione: per la caduta di Renzi al referendum, per il risveglio di Berlusconi, per le lotte fratricide sia a sinistra che a destra… Ma si tratta di fuochi fatui: poche migliaia di copie conquistate a fatica, che durano qualche giorno di fiammata per poi tornare a scendere di nuovo. Un po’ resistono i giornali sportivi, con in testa la Gazzetta dello sport, che il lunedì vende una media di circa 156.000 copie, ma che dieci anni fa ne vendeva ben 370.000. La realtà è che soltanto il pubblico adulto mostra affezione per la stampa quotidiana. I giovani si alimentano esclusivamente in Internet, per lo più via Facebook e attraverso i social. La stampa quotidiana, a voler essere veritieri, si dovrebbe chiamare stampa del giorno prima e ai giovani il giorno prima non interessa. A loro interessa l’informazione istantanea e in questo senso il web li appaga pienamente. Il cinema, se osserva questi dati, un po’ si rallegra, ma attenzione perché Internet è in agguato. Dobbiamo renderci conto che il mondo digitale è ormai popolato da veri e propri “stati”, sorti dal nulla, come Facebook che vanta una popolazione di 2 miliardi di utenti attivi al mese. O come Netflix, che ormai vende la propria library a 104 milioni di abbonati nel mondo. Il Festival di Cannes ha un bel dire che dal prossimo anno non prenderà più in concorso film che non escano in sala. Per gli spettatori di domani, quei ragazzini che oggi hanno meno di dieci anni, la sala è il telefonino o il tablet. Ed è inutile che ci lamentiamo.

Roberto Faenza

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