Il cinema indipendente è un’arte nobile. Proprio come la boxe

L’angolo ANAC | Una riflessione di Alessandro D’Alatri 

Da bambino mio padre mi portava a vedere il pugilato nelle palestre delle periferie romane ed io non capivo questa sua passione. Mi spiegò che il pugilato è definita un’arte nobile perché chi combatte deve essere sempre al pari del suo avversario: un peso massimo può combattere solo con un peso massimo, un peso gallo con un altro peso gallo. Se avvenisse il contrario, il pugilato non sarebbe più ‘nobile’ perché ci sarebbe una disparità di forze in campo. Il problema del cinema indipendente oggi si appoggia perfettamente a questa metafora: chi fa cinema indipendente non è valutato e misurato in maniera nobile, nel senso che il mercato in primo luogo, e lo Stato in seconda battuta, penalizzano il cinema indipendente imponendo le stesse gabelle, le stesse tasse, gli stessi costi, gli stessi rituali amministrativi e la stessa Iva che vengono di norma applicati a una grande produzione. Anche le regole sindacali sono totalmente insostenibili per il cinema indipendente, tanto è vero che credo non esista nessuno in regola. A differenza di noi, ad esempio, le unions americane hanno escogitato delle deroghe a questo tipo di burocrazia.
In generale, credo sia profondamente ingiusto considerare tutta l’industria culturale al pari di un’azienda che produce profilati di metallo. Noi non abbiamo lo stoccaggio e il magazzinaggio, noi viviamo, usciamo e duriamo pochi giorni. Di fronte alla vita effimera che caratterizza il mondo della cultura oggi, vedi i libri e/o i film consumati a una velocità pazzesca, credo che debbano essere presi in considerazione elementi di altro tipo. Il mercato è talmente difficile che, se vogliamo, in termini di presenza del pubblico nelle sale l’insuccesso è pressoché scontato. Credo perciò che il cinema indipendente non possa essere trattato alla stregua della produzione mainstream. È una lotta impari, è come se sul ring s’incontrassero un peso massimo con uno welter. La mediazione industriale che c’è tra l’opera culturale in generale e il pubblico nega frequentemente spazio a quella sperimentazione artistica che in passato aveva reso grande la nostra cinematografia.
La metafora del pugilato è calzante a riguardo perché fa capire l’origine dell’ingiustizia e della disparità. Manca la volontà politica di valutare un progetto culturale da uno industriale, quando invece storicamente questo è ciò che noi sappiamo fare, con riconoscimenti internazionali di alto livello. Mi chiedo perché ancora ci si ostini a non voler comprendere questo meccanismo ed esistano ancora tante resistenze, soprattutto in un’era in cui le diverse piattaforme consentono una totale libertà lasciando che il pubblico sia sovrano delle proprie scelte. Quando ero bambino mio padre leggeva Paese Sera e ricordo che alla pagina degli spettacoli era riportata la prima, la seconda e la terza visione. Ogni volta la tenuta di un film viveva di un tempo, di respiro e di un’economia che erano alla portata di tutti. Oggi questo non esiste più: se in quelle due settimane di uscita non riesci a intercettare l’opera, è come se l’avessi persa per sempre in sala.

Alessandro D’Alatri

Lascia un commento