Fischio da Leone. In libreria la prima biografia di Alessandroni

Alessandro Alessandroni. Un fischio da Leone. Dalla dolce vita, al western, all’Africa di Francesco Bracci (Tsunami Edizioni, 2017) è la prima, attesa biografia di un compositore, direttore di coro, arrangiatore e polistrumentista che ha contribuito a rendere grande il cinema italiano nel mondo. Francesco Bracci, musicologo e amico personale del Maestro, ha saputo licenziare un lavoro obiettivo e completo su un percorso di straordinaria ricchezza artistica. Cinemonitor ha rivolto all’autore del saggio alcune domande per mettere a fuoco i tratti distintivi di una personalità che ha attraversato trasversalmente la storia della musica del Novecento, da Edith Piaf a Morricone (è di Alessandroni il fischio degli Spaghetti Western più belli di sempre), da De André a Stevie Wonder fino a Jovanotti e Baustelle. 

Fischio da Leone è un omaggio ad un musicista eccezionale. Cosa ha rappresentato Alessandroni (1925-2017) nella storia della musica, non solo italiana? Quali sono le sue radici culturali?

Alessandroni comincia come musicista popolare, nelle botteghe. L’abitudine di suonare strumenti musicali come il mandolino e la chitarra in bottega faceva parte dello stile di vita di molti italiani nella prima metà del Novecento. Mi soffermo molto su questo aspetto perché rivela molte cose sulla successiva carriera di Alessandroni, come la sua idea di una centralità della melodia e il suo gusto di fare musica in ogni circostanza e con qualsiasi strumento. Particolare importante: anche se lo chiamiamo maestro per così dire honoris causa, non ha avuto una formazione musicale regolare in conservatorio; in compenso ha cominciato da molto giovane dopo la guerra a frequentare musicisti di professione. Se si vuole capire il musicista Alessandroni bisogna sempre tenere presente che prima dell’approdo al cinema c’erano stati anni di pratica come musicista dilettante nelle botteghe, poi nei ristoranti e nei locali. Questa gavetta si è dimostrata un apprendistato eccellente per un musicista poliedrico. Lui lo diceva a proposito della chitarra: chitarristi tecnicamente più bravi di lui c’erano, ma nessuno intuiva come lui il “momento”, l’atmosfera richiesta nel film. Era una capacità sviluppata (anche) facendo musica dal vivo.

Nel libro scrivi che l’esperienza artistica di Alessandro Alessandroni è divisibile in tre periodi distinti. Quali sono? Riferiamoci anche alle condizioni socio-economiche del paese…

I tre periodi corrispondono alla prevalenza in tempi diversi di diverse attività: quella di esecutore polistrumentista, quella di direttore di coro e quella di compositore. In realtà Alessandroni nel pieno della carriera portava avanti tutte queste attività insieme, ma le priorità sono cambiate nel corso del tempo. Negli anni Cinquanta il coro dei Cantori Moderni ancora non c’era e Alessandroni come autore aveva scritto solo alcune canzoni. In questo periodo l’attività principale era quella di strumentista nei turni, oltreché di musicista di cabaret, lavoro in seguito abbandonato quando il cinema ha cominciato ad assorbirlo completamente. Negli anni Sessanta l’attività di turnista cala drasticamente (anche se proprio a quest’epoca risalgono le collaborazioni più famose come esecutore): al centro dell’attenzione ci sono a questo punto i Cantori moderni. Negli anni Settanta sia il fischio sia i Cantori sono ancora in attività, ma le energie maggiori di Alessandroni sono dedicate alla composizione.

Nel libro parlo spesso delle condizioni socio-economiche del paese per sottolineare il tempismo perfetto della carriera del maestro. Alessandroni ha cominciato a guadagnarsi da vivere con la musica negli anni della ricostruzione, ed è arrivato a essere un musicista rispettato nell’epoca in cui la disponibilità finanziaria nel cinema italiano era al suo massimo, negli anni Sessanta. Quando le cose hanno cominciato a non andare più economicamente così bene ormai lui era nella fase calante della carriera. In un certo senso la parabola di Alessandroni è lo specchio della parabola del paese dal dopoguerra al miracolo economico alla fine del secolo.

Per un lungo periodo di tempo, Alessandroni si è identificato con i Cantori Moderni. In Italia i 4+4 di Nora Orlandi facevano lo stesso percorso. In che modo, formazioni del genere, sono state la colonna sonora del tempo?

Fra i due gruppi c’era rivalità ma anche una divisione di ruoli ufficiosa. Alla Rai andavano prevalentemente i 4+4, mentre la Rca era il regno dei Cantori Moderni. La preferenza dei compositori di colonne sonore andava al gruppo di Alessandroni, il cui livello tecnico era probabilmente superiore (anche se il mio parere potrebbe essere considerato di parte…). D’altra parte, da conversazioni con persone della generazione precedente la nostra mi sono fatto l’idea che i 4+4 fossero più famosi presso il grande pubblico, forse grazie alla loro assidua presenza a Sanremo. In alcuni casi comunque i 4+4 hanno anche lavorato nel cinema e i Cantori Moderni in televisione (Studio uno, Senza rete). Il parallelismo tra le due formazioni è aumentato da alcune coincidenze. Entrambe furono messe in piedi dopo la fine di una precedente esperienza della figura principale con gruppi più piccoli, vocali e strumentali (I Caravels, per Alessandroni, i 2+2, per Nora Orlandi). Ed entrambe furono fondate e poi sciolte negli stessi anni, cioè rispettivamente intorno al 1960 e al 1980. Non si può sottovalutare l’importanza che i due cori hanno avuto nel sound di quei due decenni così importanti nella storia della musica leggera e del cinema in Italia.

Perché Alessandroni sceglie, da esecutore d’eccezione, di diventare autore di colonne sonore?

Principalmente perché era un musicista ambizioso, che amava provare sempre qualcosa di nuovo e non si accontentava di quello che aveva già raggiunto. Lo ha dimostrato fino all’ultimo, ad esempio accettando collaborazioni con musicisti di sessant’anni più giovani di lui e cercando sempre di sperimentare con i molti strumenti che suonava, alla ricerca di sonorità nuove. Nel caso specifico del passaggio alla composizione c’è anche un aneddoto. Una volta Alessandroni si trovava con alcuni colleghi strumentisti a una prova a casa di Mario Nascimbene, compositore, autore di colonne sonore anche per Hollywood negli anni Cinquanta. A un certo punto Nascimbene cominciò a vantarsi: “Siete musicisti anche voi, ma non guadagnerete mai un decimo di quello che ho guadagnato io scrivendo colonne sonore”. Nei ricordi di Alessandroni, questo affronto avrebbe fatto scattare la molla. Nonostante il parere contrario della moglie, che gli consigliava di non lasciare il certo per l’incerto, si mise a studiare composizione, e nella seconda metà degli anni Sessanta cominciò a scrivere sia musica per documentari e cinegiornali, sia le prime colonne sonore per il cinema, in collaborazione con l’amico Francesco De Masi.

Qual era quella a cui era più attaccato e perché?

Era in generale molto legato alla sua attività di compositore di colonne sonore, e gli faceva piacere che molte fossero state ristampate negli ultimi anni. Fra quelle a cui era legato di più c’è sicuramente El puro, un western di cui lui ha scritto e fischiato la musica, mettendo a frutto la sua esperienza di collaboratore di Morricone, oltre al proprio leggendario fischio. Un’altra era Il giro del mondo degli innamorati di Peynet. Alessandroni aveva un grande capacità di scrivere musica in grado di evocare ambienti, affinata in anni di lavoro come autore di musica per documentari. Il giro del mondo, con le sue varie scene esotiche, gli dava la possibilità di accostare diversi stili e diversi colori, quindi si divertì molto.

Ecalation 68 e Iridescenze sono due composizioni a cui Alessandroni era molto legato. Perché? Cosa segnano nel suo percorso?

Si tratta di due composizioni della fine degli anni Sessanta che fanno il verso al linguaggio dell’avanguardia, anche nei titoli. In realtà, nonostante le dissonanze, non viene mai meno una base di jazz, una delle matrici della musica di Alessandroni. In quel momento il maestro era all’apice del successo come direttore dei Cantori Moderni, e decise di scrivere qualcosa per esaltare le straordinarie capacità tecniche del coro. Non a caso qualche anno dopo Luciano Berio avrebbe chiesto ad Alessandroni di far cantare il coro in Sinfonia, al posto dei Swingle Singers che si erano momentaneamente sciolti. Le registrazioni di Escalation ’68 e Iridescenze dimostrano che il paragone con la formazione franco-britannica non è esagerato. Fu anche una soddisfazione per lui il fatto che le composizioni fossero eseguite in una sede della musica colta come il ridotto del Teatro dell’Opera di Roma, in una serata in cui si esibì anche Ravi Shankar.

Visto che hai citato Shankar, parliamo della curiosità per gli strumenti non convenzionali della tradizione europea, fra cui appunto il sitar sdoganato da George Harrison in Revolver

Alessandroni era un polistrumentista curioso che amava sperimentare. Quindi era in qualche modo naturale che prima o poi il suo percorso lo avrebbe portato a prendere in considerazione anche strumenti non appartenenti alla tradizione europea. Siamo in parte ancora sul versante dell’interesse per gli aspetti ambientali, descrittivi della musica. Nel caso specifico del sitar furono alcuni amici compositori, come Piero Piccioni e De Masi, a spingerlo a provare. Si era alla fine degli anni Sessanta, quando come hai ricordato era esplosa in Europa la moda dello strumento indiano grazie ai Beatles. Da chitarrista esperto qual era, Alessandroni impiegò poco tempo per arrivare a dominare lo strumento. Nei primi anni Settanta era considerato uno dei migliori esecutori italiani, e suonò il sitar in colonne sonore sia sue sia di altre. Questo dà un’idea di che risorsa fosse Alessandroni per la musica da cinema italiana dell’epoca.

Nella musica di Alessandroni, che spesso è stato un One Man Band, si mescolano ispirazioni diverse. Ma sempre rette da una provvidenziale fantasia. Penso all’aneddoto legato alla colonna sonora di un film di Lucio Fulci…

Si tratta di un aneddoto già noto, raccontato da Filippo De Masi nel libro su suo padre. Fulci aveva chiesto a De Masi un pezzo sudamericano molto vivace e si aspettava di vedere in studio una grande orchestra. De Masi invece si presentò in sala di registrazione con il solo Alessandroni, con una borsa a tracolla. Alessandroni registrò tutto da solo, strumento per strumento. Il risultato fu perfetto e anche l’esigente regista dovette ammetterlo, dopo lo scetticismo iniziale. Anche a casa Alessandroni registrava spesso da solo, grazie anche alla sua buona padronanza dei programmi informatici. Sul suo hard disk ci sono ore di musica inedita. Una volta mi ha fatto suonare il clarinetto per arricchire il colore orchestrale di un suo pezzo che aveva registrato con la tastiera elettronica. Alla fine me l’ha fatto risentire, e non era possibile distinguere il suono del clarinetto vero dall’imposto sonoro degli archi finti della tastiera. Un risultato molto convincente.

La citazione colta, non soltanto classica, è uno degli aspetti più caratterizzanti la sua musica. Penso anche al tema baldanzoso di Lo strangolatore di Vienna di Zurli, all’uso del valzer…

La citazione colta è probabilmente da vedere come un punto di incontro tra la formazione popolare di Alessandroni, di cui abbiamo parlato, e la sua frequentazione con la musica ufficiale, anche classica. Riferimenti musicali soprattutto classici sono frequenti nelle colonne sonore, ed erano un abitudine di Alessandroni anche come esecutore di musica dal vivo. Spesso, quando suonava con il suo gruppo jazz in Namibia negli ultimi anni, iniziava un pezzo con un’introduzione di quattro battute in cui citava ironicamente la Carmen o qualche altro pezzo noto. È interessante notare che la citazione musicale e l’autocitazione sono state quasi un’ossessione anche per un grande della musica da cinema italiana, Nino Rota (se ne è occupato un musicologo importante come Emilio Sala). Forse due casi così eterogeni sono un po’ poco per indicare una tendenza, ma è possibile che la contaminazione di linguaggi diversi sia nella natura della musica da cinema.

Lavoro e divertimento. Leggendo il tuo libro sembra che per Alessandroni fossero la stessa cosa. L’improvvisazione e la precisione dell’esecuzione sono due facce della stessa medaglia?

Senza dubbio. Alessandroni si divertiva immensamente a fare musica, e sapeva di essere fortunato nel fare un mestiere che per lui era prima di tutto un piacere. Nello stesso tempo però era molto esigente, e poteva diventare duro con musicisti che non erano all’altezza delle sue aspettative. Durante le registrazioni con i Cantori qualche volta allontanava un corista perché lo sentiva un po’ fuori tempo o stonato. Una volta in Namibia lo ho visto trattare abbastanza male un batterista in prova con il suo gruppo. Solo con la musica diventava così esigente, nella vita quotidiana era in genere molto accomodante. La musica era il suo divertimento, ma un divertimento che aveva senso per lui solo ad alti livelli.

L’ultimo disco di Alessandroni, che la compagna Margaret Courtney-Clarke (fotografa di professione, autrice della foto di copertina e di altre incluse nel libro, ndr.) definisce il suo più riuscito, cosa raccoglie?

L’ultimo disco raccoglie musica scritta negli ultimi anni, fino a pochi giorni prima di morire. Il suo stile è quello dei migliori dischi di Alessandroni degli anni Settanta, come Prisma sonoro, apparentato all’easy listening di un altro musicista amico di Alessandroni come Piero Umiliani, con melodie di grande presa sulla memoria e arrangiamenti tipici dell’epoca, con addirittura delle parti vocali senza testo che ricordano tanti interventi dei Cantori nella musica dell’epoca. Si tratta di una sorta di testamento musicale. Il figlio di Alessandroni ha diretto le prove e la registrazione nel mese di maggio, e il disco uscirà nei prossimi mesi.

La riscoperta di Alessandroni è anche legata, negli ultimi vent’anni, ad un fenomeno totalmente interno alla critica cinematografica, penso all’ammirazione di Quentin Tarantino…

Infatti anche il figlio di Alessandroni ha sottolineato questo aspetto quando lo ho intervistato per il libro. Alex jr si è trasferito in America negli anni Ottanta, e allora nessuno dall’altra parte dell’oceano conosceva il nome di Alessandroni. Gli spaghetti western, che avevano avuto un enorme successo di pubblico negli anni Sessanta e Settanta, erano passati di moda. Negli anni Novanta, con il fenomeno Tarantino, le cose sono cambiate radicalmente. Quel cinema italiano non era più una moda di un decennio passato ma era stato elevato a icona e modello. Fra i protagonisti di quella stagione Alessandroni è stato uno di quelli che hanno più guadagnato dalla riscoperta. Molti suoi dischi e colonne sonore sono stati ristampati, la sua collaborazione è stata chiesta di nuovo, spesso per fischiare, da registi e musicisti più giovani in vari paesi del mondo. In Italia la riscoperta ha avuto anche altre motivazioni oltre al successo di Tarantino, ma direi che si tratta di un fenomeno storico unitario. Per varie ragioni, anche sociali ed economiche, nella nostra epoca gli anni Sessanta sono stati mitizzati. Alessandroni è stato per tutta la vita al posto giusto al momento giusto: sia allora, per partecipare all’epoca d’oro del cinema italiano, sia negli ultimi anni, per raccogliere soddisfazioni come veterano.

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