COME NON DETTO: NOLAN RENDE UN ROMPICAPO PURE “DUNKIRK” 1940: LA BATOSTA CHE CHURCHILL TRASFORMÒ IN QUASI VITTORIA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

La scena più intensa di “Dunkirk”, a mio parere, arriva nel sottofinale. I fantaccini inglesi sono tornati in patria per il rotto della cuffia: demotivati, laceri, affamati. Si vergognano di aver perso clamorosamente la prima campagna militare contro i nazisti, anche se l’evacuazione dalle spiagge francesi di Dunquerke è in buona misura riuscita. L’Operazione Dynamo, approntata tra il 26 maggio e il 4 giugno 1940, ha salvato 338 mila soldati, tra britannici, belgi e francesi, su oltre 400 mila totali. Ci sono tè caldo e biscotti al burro per quei giovani con l’elmetto a padella, le grandi giberne, i pesanti fucili Enfield e il capo chino. Un anziano inglese li rincuora così: “Intanto siete sopravvissuti, è abbastanza”.
Il famoso “spirito di Dunkirk” sta tutto qui: Churchill, pur consapevole del disastro militare, riuscì a trasformare quell’epocale batosta in una sorta di “vittoria”, l’inizio della riscossa contro Hitler. Poteva andare molto peggio, infatti: il Primo ministro col sigaro e l’ammiraglio Ramsay si sarebbero accontentati di riportare a casa poco più di 35-40 mila soldati. Furono quasi dieci volte di più.
Il nuovo film di Christopher Nolan esce il 31 agosto in Italia. Negli Usa, in un mese, ha totalizzato circa 165 milioni di dollari, ma è naturalmente nella vecchia Europa che “Dunkirk” (dizione inglese di Dunquerke) proverà a fare il pieno. La Seconda guerra mondiale pare stia vicenda, al cinema, un nuovo revival, si contano cinque-sei film pronti o quasi pronti; e “Dunkirk”, da questo punto di vista, fa da monumentale apripista, sia per il prestigio che avvolge la figura del regista di “Inception” e “Interstellar”, sia per la sostanza del racconto, giocato in una chiave di forte impronta realistica con occhio alla dimensione simbolica.
Naturalmente non è la prima volta che il cinema di guerra racconta quell’evacuazione. Nel 1958 l’inglese Leslie Norman girò “Dunkirk”, da noi ribattezzato “Dunquerke”, protagonisti John Mills e Richard Attenborough; e nel 1964 Henri Verneuil il suo “Week-end a Zuydcoote”, con Jean-Paul Belmondo e Catherine Spaak, diciamo dal punto di vista francese.
Nolan non si occupa granché dei francesi, che pure combatterono duramente per permettere il trasbordo delle truppe britanniche, lasciando ai tedeschi circa 40 mila prigionieri, dei quali pochi fecero ritorno a casa. Però quasi subito facciamo la conoscenza con un giovanotto che seppellisce frettolosamente un soldato inglese sulla spiaggia, indossandone scarpe e divisa. Non parla e presto scopriremo perché.
Chiederete: ma com’è questo “Dunkirk”? Circonfuso da un’aura da capolavoro indiscutibile, oggetto di recensioni entusiastiche se non addirittura estatiche, il film è già consegnato a una specie di leggenda cinefila. Adesso bisognerà vedere se piacerà al grande pubblico. Probabilmente sì. Nolan azzera ogni psicologia, riduce al minimo i dialoghi, immerge lo spettatore, un po’ come fece Spielberg con i primi sconvolgenti minuti di “Salvate il soldato Ryan”, nell’orrore, anche sonoro, della guerra. Viene quasi da tapparsi le orecchie per quanto è verosimile la ricostruzione, pure il senso di morte e ineluttabilità vissuto da quei soldati impauriti, in cappotto marrone, che sulla spiaggia mitragliata dai caccia tedeschi aspettano di riattraversare la Manica.
“Durkirk” dura 106 minuti, poco per un film di Nolan, anche per un kolossal bellico dei giorni nostri. Nondimeno, il regista-prodige riesce comunque a complicare la faccenda alla sua maniera, piazzando all’inizio tre misteriosi didascalie che dicono pressappoco così: “Il molo – Una settimana”, “Il mare – Un giorno”, “L’aria – Un’ora”. Lo spettatore capirà strada facendo, forse, e però ci vuole una certa attenzione, che cosa significa. Poi è vero, come ha notato Gabriele Niola su Badtaste.it, che “tutto il cinema di Nolan si gioca sulla differenza tra il tempo del racconto (quanto dura il film) e il tempo degli eventi narrati, mescolati per rendere evidente allo spettatore quanto siano diversi e metterlo alla prova”. Tuttavia le tre dimensioni temporali, sia pure intrecciate insieme con andirivieni, spiazzamenti e spaesamenti sofisticati, rendono la struttura drammaturgica alquanto artificiosa, diciamo pure pretestuosa. Chissà se si potrà dire…
Gli stessi personaggi in fondo contano poco. Se il fantaccino spaurito incarnato da Fionn Whitehead passa da un disastro all’alto nel tentativo di salvare la pelle, gli attori di un certo richiamo divistico sono funzionali, quasi intimamente connessi, ai mezzi meccanici che guidano: Kenneth Branagh è l’alto ufficiale della Marina che coordina sul molo l’arrivo delle navi, Mark Rylance il borghese in cravatta che arma la sua barchetta col figlio e attraversa la Manica per tirar su più soldati possibile, Tom Hardy il valoroso pilota del caccia Spitfire che vigila e combatte dall’alto, a costo di restare senza nafta (davvero intensa e sospesa la sequenza finale che lo riguarda).
Il film è stato girato in 65 mm. e con tecnologia Imax. La fotografia, straordinaria, è firmata da Hoyte van Hoytema, le musiche, onnipresenti, solenni e minacciose, sono di Hans Zimmer.

Michele Anselmi

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