IL CAPOLAVORO VIENE DAL LIBANO: SE “L’INSULTO” VA A PROCESSO SCHRADER SI REDIME COL SUO PRETE, DEL TORO FA IL ROMANTICO

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor

Qui al Lido c’è chi fischia, si direbbe per partito preso, pure la nuova sigla della Mostra. Non sarà un capolavoro, ma almeno ha il merito di essere musicata bene e graficamente accettabile, di sicuro meno astrusa/pretenziosa di quelle viste nelle ultime stagioni. In ogni caso non sono proprio da fischiare i tre film passati oggi in concorso, forse troppi per un giorno solo, ma si sa che i cinefili sono anche filmofagi.
Parto da quello che, per me, è il più bello e interessante. Il libanese “L’insulto”, scritto e diretto da Ziad Doueiri, classe 1963. Siamo nel ramo cinema processuale, ma si direbbe che il tribunale sia un escamotage drammaturgico, certo sempre efficace, e del resto il cineasta s’è formato negli Stati Uniti, per raccontare una vicenda tragicamente infissa nella storia libanese. Una scritta sui titoli di testa avverte che quanto vedremo e sentiremo “non riflette la posizione del governo libanese”, il che la dice lunga sulla delicatezza della faccenda.
L’insulto in questione nasce da un incidente banale, tra le strade di un quartiere popolare di Beirut. Annaffiando il balcone, un meccanico cristiano, Toni Hanna, lascia che l’acqua sporca cada su alcuni operai di un’impresa edile al lavoro. Il capomastro Yasser Salameh, profugo palestinese, aggiusta di sua iniziativa la grondaia di Toni, ma quello si arrabbia ancora di più e si sente rispondere “Brutto stronzo”. Mica finisce lì: quando finalmente Yasser, pressato dal suo capo, va a chiedere scusa, Toni gli urla addosso “Ariel Sharon avrebbe dovuto sterminarvi tutti”, l’altro non ci vede più e rompe due costole al meccanico. Apriti cielo.
La questione non è solo d’orgoglio, avrete capito. In anni non troppo lontani cristiani e palestinesi si sono combattuti, da quelle parti, tra massacri e vendette, sicché, finendo in tribunale, il caso diventa politico, quindi un piatto ghiotto per tifoserie e mass-media. Anche perché i due avvocati che si fronteggiano, l’uno difendendo Toni e l’altra Yasser, sono padre e figlia.
Il film, scritto benissimo, spiazza continuamente lo spettatore, pure a colpi di rivelazioni “all’americana”, ma senza mai perdere di vista la sostanza e il contesto dell’aspro confronto, nel quale confluiscono ferite antiche e rancori attuali. A prima vista sembrerebbe che il regista parteggi per il “buon” palestinese contro il “cattivo” cristiano. Ma vedrete, se mai il film uscirà in Italia, che “lo stato emotivo estremo”, evocato dai due avvocati durante udienze sempre più incattivite, pesca in torti lontani, subìti da entrambi gli avversari.
Adel Karam e Kamel El Basha incarnano Toni eYasser, e sono perfetti, come il resto del cast. L’apologo, nella migliore tradizione del cinema processuale, non appesantisce l’azione e le situazioni, in un crescendo teso come una corda di violino. Ma certo Doueiri sa di cosa parla, è ben attento a ripartire torti e pregiudizi, trovando un epilogo tutt’altro che “buonista”, semmai giusto: sul piano morale, della legge e della colpa.
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A proposito di Colpa, magari con la c maiuscola, non va sul leggero neppure “First Reformed”, che segna il ritorno a un cinema alto dell’americano Paul Schrader, classe 1946. Sceneggiatore di Scorsese, regista di film come “Hardcore” e “American Gigolo”, Schrader si misura con una storia ad alto tasso spirituale e un tema alquanto impegnativo: il silenzio di Dio. E chi meglio di un prete tormentato può riflettere quel dilemma? Il sacerdote in questione si chiama Toller e indossa la faccia sofferente di Ethan Hawke, forse mai così bravo. Pastore protestante di una piccola chiesa ottocentesca visitata solo dai turisti, Toller è un uomo a pezzi: da ex cappellano militare mandò il figlio a morire in guerra in Iraq, la salute vacilla quanto la sua fede, beve più del dovuto nello scrivere un diario-espiazione e il senso di colpa aumenta quando un ambientalista radicale che gli aveva chiesto ascolto si ammazza lasciando la giovane moglie incinta. Progressivamente ossessionato dai commerci tra la sua Chiesa e uno spietato capitalista locale, Toller congegna un’azione clamorosa nell’illusione di redimersi.
In “First Reformed” confluiscono temi etici cari a Schrader, mischiati a memorie della sua educazione calvinista nella Chiesa cristiana riformata. Il film cita classici come “Luci d’inverno” di Bergman, “Diario di un curato di campagna” di Bresson e “La saggezza nel sangue” di Huston, ma poi prende altre strade: lo stile geometrico e rigoroso della prima ora si apre a squarci onirici e visionari, con contorno di effetti speciali digitali da “Magical Mistery Tour”. Alla fine padre Toller, deciso a immolarsi per una supposta giusta causa, dovrà fare i conti coi richiami della carne, l’estremo crollo della fede.
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Gli applausi più caldi, almeno da parte dei cine-gazzettieri, sono andati però a “The Shape of Water”, targato Fox Searchlight e diretto dal messicano, ormai americanizzato, Guillermo Del Toro, classe 1964. Trattasi di favola romantica, anche se bisogna intendersi sulla definizione, considerando lo struggente amore per i “mostri” nutrito dal regista. Un po’ alla maniera di Tim Burton, ma con più audacia nel ritratto del sesso e del nudo femminile, Del Toro ambienta la sua storia nel 1962, l’America è scossa dalla Guerra Fredda, dentro un torvo laboratorio governativo nel quale viene tenuta segregata una strana creatura anfibia catturata in Sudamerica. Difficile, nel vederla, non pensare al “Mostro della laguna nera” dell’omonimo film in bianco e nero, appunto all’Uomo-Branchia. Solo una donna delle pulizie, la tenera e abitudinaria Elisa, muta ma non sorda, dedita ogni mattina a masturbarsi nella vasca da bagno, riuscirà attraverso un occasionale ovo sodo a entrare in sintonia con quell’umanoide dalle risorse divine che fa gola anche ai sovietici.
A Del Toro piace ripetere: “I mostri siamo noi, non loro”. Infatti il più feroce della compagnia è il monumentale torturatore della creatura anfibia, un funzionario militare che s’illude di vivere nel Sogno Americano e invece dispensa incubi anche in famiglia. Michael Shannon è perfetto come sempre nel raffigurare questo cattivo a tutto tondo, mentre Sally Hawkins è l’enigmatica e amorosa Elisa, l’incarnazione di una femminilità curiosa, solidale, sfacciata, senza complessi.
Naturalmente la favola si presta a interpretazioni di ogni tipo, anche in chiave politica nell’era di Trump e dei suoi muri. Ma è il mix tra buffo, sentimentale e grand-guignolesco a fare di “The Shape of Water” un film notevole, magari non travolgente, ma dal quale si esce canticchiando l’evergreen “You’ll Never Know” che fa da soave leit-motiv.

Michele Anselmi

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