ROBERT & JANE E LE ANIME DI NOTTE: UN PO’ RIFATTI MA ONESTI. PRIMO SCIVOLONE DEL CONCORSO CON “HUMAN FLOW” DI WEIWEI

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor

Bisogna dire la verità: Robert Redford e Jane Fonda sono, allo stesso tempo, la forza e la debolezza di “Le nostre anime di notte”. Il film di Ritesh Batra, tratto dall’ormai famoso romanzo breve di Kent Haruf edito in Italia da NN, è approdato in prima mondiale, fuori concorso, alla 74ª Mostra di Venezia per completare il Leone d’oro alla carriera conferito ai due grandi attori ottantenni. Gli applausi sono risuonati calorosi in Sala Grande, s’intende, ed è giusto così: perché Robert & Jane, qui al loro quarto film insieme, sono bravi, convincenti, anche misurati, insomma non strafanno sullo schermo, intonandosi al registro buffo/malinconico della storia. Senza il loro sì probabilmente Netflix non l’avrebbe mai prodotto. E tuttavia i due carismatici divi appaiono vagamente “ingombranti” rispetto all’intima sostanza della pagina scritta: troppo truccati, troppo levigati, troppo ritoccati per risultare veri. Pensate se al loro posto avessero duettato, sullo stesso tema, che so, Richard Jenkins e Susan Sarandon o Richard Dreyfuss e Meryl Streep…
Il film segue fedelmente, con qualche ovvia libertà sceneggiatoria, la pagina scritta. Chi ha apprezzato il romanzo ricorderà l’incipit: “E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio”. Siamo nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado. I due, poco più che settantenni, entrambi vedovi, vivono giornate sempre più svuotate di incombenze e impegni, dentro una solitudine che pesa. Scatta qui la proposta neanche troppo “indecente” di lei: “Vuoi passare le notti da me?”. Lui accetta, nasce una storia di intimità, amicizia e amore. Ma che dirà la piccola comunità di Holt e soprattutto i figli dei due “amanti” tardivi?
Non siamo nel mondo di “Harmony”, come pure qualcuno ha sfotticchiato qui al Lido. Certo è facile demolire “Le nostre anime di notte” se la storia non interessa o viene considerata prevedibile. L’età dello spettatore, in questi casi, conta; non a caso Netflix, che manderà direttamente il film in tv il 29 settembre senza farlo uscire in sala, stavolta sembra puntare a un pubblico più tradizionale e “generalista”.
A parer mio, il film restituisce bene il tono sommesso ma non banale di quell’incontro amoroso, i palpiti e gli imbarazzi a letto, il dischiudersi dei ricordi, anche i più agri, la quieta crudezza di un destino familiare che finirà per separare, ma non del tutto, i due innamorati.
Redford, sempre in jeans, camicie a scacchi e giacca da lavoro Carhartt, è un Louis incuriosito e fattivo, che recupera strada facendo qualità pedagogiche ritenute sepolte. Fonda, parruccona grigia e gote porcellanate, porta invece nella coppia il brivido di una piccola trasgressione, il piacere di rimettersi in gioco, in fondo anche sessualmente. Musica folk con aggiunta di Emmylou Harris e Willie Nelson fanno da contrappunto alla ballata senile il cui senso è bene riassunto da una frase che Louis sospira alla sua Addie: “Voglio solo vivere la mia giornata e venire a raccontartela la sera”.
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Quanto al concorso, il terzo giorno batte la fiacca, ed è un peccato perché s’era partiti benissimo. L’inglese Andrew Haigh, quello di “45 anni”, si trasferisce stavolta nell’Oregon americano per raccontare, con “Lean on Pete” la storia di un adolescente che ruba un cavallo. Detta così, parrebbe una roba da ragazzi, ma in realtà il film, come il romanzo del musicista Willy Vlautin da cui è tratto, non inclina al sorriso, anzi.
Charley Thompson è il nome del sedicenne in questione, incarnato dal vibrante Charlie Plummer. Abbandonato dalla madre appena nato, tirato su da un padre affettuoso quanto sventato con le donne sposate, Charley trova una specie di famiglia in Del, uno spiegazzato e truffaldino addestrare di cavalli da corsa, e nella sua fantina e complice (sono Steve Buscemi e Chloë Sevigny). Echi di Steinbeck, Shepard e McCarthy risuonano nel libro, così leggiamo; mentre il film, lungo due ore e piuttosto divagante, a tratti noioso, cerca la chiave del racconto di formazione, specie quando Charley, alla ricerca di una zia nel Wyoming, sottrae ai due il vecchio cavallo Lean on Pete altrimenti destinato a un macello messicano. Paesaggi desolati, miseria diffusa, “quarter horse” dopati, barboni violenti: è in questo contesto che Charley prova a non farsi travolgere dagli eventi, semmai a guidarli, confidando sulla propria innocenza.
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Se “Lean on Pete” si lascia vedere, il documentario “Human Flow” dell’eclettico artista cinese Ai Weiwei sta in concorso senza un vero motivo (però è distribuito da Raicinema). Su Facebook il collega Gabriele Niola ha riassunto così il proprio giudizio: “Un documentario grande e grosso, ma compilativo. Quantitativo. Con un’inutile e vanesia sovraesposizione dell’autore”. Meglio non si poteva dire. Lungo 140 minuti, ma potrebbe durarne 30 di meno o 30 di più e nulla cambierebbe, il film sposa una causa nobile. Vuole metterci di fronte alla portata sconvolgente del “flusso umano” rappresentato da milioni di rifugiati in cerca di un po’ di pace, lavoro e tranquillità. Girato in 23 Paesi, inclusa l’Italia ma non la Cina e dintorni, “Human Flow” registra tragedie epocali, migrazioni disperate, singole storie di sofferenza e umiliazione. Purtroppo lo fa con un’estetica effettata, tutta droni, selfie e composizioni visive sghembe.
Poi c’è lui, Ai Weiwei, praticamente sempre in campo, lesto a calarsi nell’inferno degli sradicati, a condividerne fame e stenti, puzze e cartoni, anche a farsi tagliare barbona e capelli per sentirsi uno di loro. Solo per un po’ (lui è ricchissimo e vive a Berlino).
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Ci sarebbe da dire, nella giornata Netflix, anche di “Suburra: La Serie”, nata sulle orme dell’omonimo film di Stefano Sollima. Un antipasto di 100 minuti (andrà in onda dal 6 ottobre) è stato mostrato alla stampa, tre i registi coinvolti nella fattura delle 10 puntate: Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi. Se il film era, drammaturgicamente, tagliato con l’accetto, la filiazione televisiva accentua l’impressione, riprendendo alcuni dei personaggi, in una chiave forsennata e iper-violenta, tra porporati viziosi, clan in guerra, echi di “Mafia Capitale”, il sindaco che sta per dimettersi, politici corrotti, fanciulle desnude. Tutti recitano urlando, sparando e pippando: magari è la nuova frontiera della tv giovanile.

Michele Anselmi

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