L’ISRAELIANO MAOZ BALLA UN “FOXTROT” SURREALE E CRUDELE. L’AMERICANO CLOONEY IMITA I COEN A COLPI DI COMMEDIA NERA

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor

L’israeliano Samuel Maoz ha molto da dire, col suo “Foxtrot”, e lo fa in modi complicati e spiazzanti; l’americano George Clooney non ha molto da dire, col suo “Suburbicon”, e lo fa in modi divertenti e prevedibili. In ogni caso giornata buona, almeno per quanto riguarda il concorso, alla 74ª Mostra di Venezia.
Leone d’oro 2009 a Venezia con “Lebanon”, ovvero la guerra vista dall’interno di un carro armato israeliano, Maoz non si allontana granché dal tema, sia pure escogitando qui una densa partitura in tre atti, partendo, per sua diretta ammissione, da un aforisma di Einstein: “La coincidenza è il modo usato da Dio per restare anonimo”. La cine-parabola è filosofica, anche bizzarra per i repentini cambi di tono, volutamente teatrale nella messa in scena. Il foxtrot è un ballo che evoca atmosfere tra il languido e il nostalgico, ma in questo caso sono i quattro passi fondamentali – ogni volta, disegnando una specie di quadrato, si torna al punto di partenza – a fornire la chiave metaforica della vicenda, nella quale ogni evento rimanda a un altro, in un inseguirsi di episodi ricorrenti.
Due soldati si presentano alla porta di un borioso architetto, Michael Feldman. La moglie Dafna apre e sviene appena li vede. Il figlio ventenne Joseph, caporale dell’esercito israeliano, è morto al fronte. Disperazione, rabbia, ansia. Il cinquantenne padrone di casa ha fatto il soldato, ma è ateo, politicamente di sinistra: per questo risponde con fastidio crescente alle premure della burocrazia militare, lesta a organizzare le esequie del giovanotto secondo patriottica ritualità. Solo che Joseph non è morto, un errore di omonimia; la buona notizia irrompe nella famiglia già in lutto, ma Michael, a quel punto, non si fida. E ci fermiamo qui. Sappiate solo che il secondo atto trasporta lo spettatore nell’isolato posto di blocco dove Joseph e tre compagni d’arme vigilano sul nulla sommersi dal fango, mentre il terzo ci riporta nella casa dell’architetto per un confronto serrato tra lui e la moglie.
Intermezzi surreali o a fumetti, dettagli cromatici o iperrealistici, insistite riprese dall’alto, anche un tono beffardo e iconoclasta che non piacerà agli alti comandi militari e agli ambienti della destra governativa (ogni guerra ha le sue “vittime collaterali” da nascondere).
“Foxtrot” è certamente un film compiaciuto, molto artificioso, a tratti irritante; ma affiora, nel precisarsi degli eventi collegati alle vicende dei Feldman e alle giravolte del “fato”, una ricchezza etica/estetica non comune, anche la libertà a tutto tondo di un cineasta capace di interrogarsi, fuori da ogni schema, sulla Fede e la presenza di Dio.
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Nel confronto, “Suburbicon” di George Clooney sembra acqua fresca. Amabile, brillante, sardonico, con qualche affondo macabro in linea con il cinema dei prediletti Coen. Proprio i due fratelli hanno fornito la sceneggiatura, scritta negli anni Ottanta, mai diventata film e rimaneggiata per l’occasione dal famoso attore, qui al suo sesto film da regista.
Trattasi di commedia nera, sia pure immersa, per contrasto, in una ridente cittadina di fine anni Cinquanta chiamata, appunto, Suburbicon (il riferimento è alla vera Levittown). Qui, tra casette a schiera, portalettere sorridenti, tinte albicocca e cartelli beneauguranti, una piccola e media borghesia rigorosamente bianca assiste con sconcerto all’arrivo di una famiglia “di colore”. E intanto, mentre monta il rigurgito razzista verso i nuovi arrivati, la famiglia Lodge viene sconvolta da un brutale e inspiegabile sequestro in stile “Promontorio della paura” che finisce con la morte, apparentemente accidentale, di una donna sulla sedia a rotelle.
Il tono generale tra buffo, survoltato e feroce fa simpatia, tutto torna negli snodi narrativi, i riferimenti a Trump e ai “suprematisti” arrivano a segno, la ricostruzione d’ambiente è perfetta. E naturalmente Matt Damon, Julianne Moore e Oscar Isaac sono bravi nel maneggiare i ridicoli personaggi. Solo che Clooney-regista non ha il tocco lucente dei Coen. La sua commedia, accolta comunque da calorosi applausi, è frenetica ma un po’ inerte.
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Vedrete che passerà sotto silenzio il francese “La mélodie” di Rachid Hami, inserito tra i Fuori concorso in una chiave vagamente pop. Certo non è il classico film per cinefili, però si lascia vedere volentieri. Per storia e atmosfera siamo un po’ dalle parti di “Goodbye Mr. Holland”, 1995, con Richard Dreyfuss. Nell’odierna Parigi multietnica e periferica (la torre Eiffel appare in lontananza, piccola piccola) un concertista cinquantenne deluso, demotivato, pure padre irrisolto, accetta di insegnare il violino in una classe di dodicenni. All’inizio nessuno se lo fila, i ragazzini pensano ad altro a quell’età, ma il prof. Simon tiene duro, vede nel solitario e ciccione Arnold un talento in erba, capisce che vale la pena di impegnarsi con la classe in vista del concerto di fine anno alla Filarmonica. Tutto già visto, ma Kad Merad è perfetto nell’incarnare, con quello sguardo da cane bastonato, l’insegnante capace di ritrovare, nel contatto con i ragazzi vivaci e sensibili, la voglia di divertirsi. Sui titoli di coda, per contrasto, echeggia “Freedom” di Richie Havens.

Michele Anselmi

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