ARONOFSKY E LA SUA “MOTHER”: LA CONFERMA DI UN CINE-BLUFF (MA PER FORTUNA ARRIVA DAL GIAPPONE “IL TERZO OMICIDIO”)

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (8)

Darren Aronofsky era la passione dell’ex direttore della Mostra, Marco Müller, che infatti piazzò in concorso tre dei suoi film, “The Fountain”, “The Wrestler” , pure Leone d’oro, e “Il cigno nero”. Speriamo che non diventi tale anche per l’attuale Alberto Barbera. Intanto però è arrivato in prima mondiale al Lido il nuovo “mother!” (con la emme minuscola, vai a sapere perché). Fischi e “buuu” all’anteprima mattutina per la stampa, il che significa poco, stasera fioccheranno gli applausi in Sala Grande.
In ogni caso pare difficile congegnare qualcosa di più ridicolo e insensato, a un passo dall’idiozia, e siccome Aronofsky firma pure la sceneggiatura c’è poco da fare: la colpa è tutta sua. Nelle note sul catalogo il cineasta newyorkese, classe 1969, confessa di aver scritto la prima bozza di “mother!” in soli cinque giorni. Si vede. Avrebbe fatto bene a prendersi qualche ora in più, non fosse altro perché il medesimo Aronofosky aggiunge: “Non sono in grado di dire con esattezza dove affondino le radici di questa storia”.
Trama top secret fino all’ultimo, un’aura di capolavoro annunciato, un manifesto allusivo che ritrae la vedette Jennifer Lawrence, oggi fidanzata del regista, mentre tiene in mano un cuore insanguinato appena estratto dal suo petto. La madre in questione è lei: bionda e paziente, accudisce il marito scrittore in crisi creativa. I due vivono in una suggestiva e lignea “mansion”, appena ricostruita dopo un incendio devastante, nel cuore della campagna americana. Un non luogo, perché – forse avrete capito – siamo nel campo della metafora allarmante, dell’incubo strisciante, del mondo letterario di Hubert Selby (espressamente citato dal regista).
Lei vuole un figlio, per coronare il matrimonio e dare calore a quell’enorme casa. Lui, incapace di rimettersi a scrivere, è restio ad accoppiarsi. Finché uno sconosciuto, piuttosto agé, dalla salute periclitante e dai modi insinuanti, non bussa alla porta. Si professa fan dello scrittore, vuole incontrarlo prima di morire, e di lì a poco si presenta anche la moglie, bella e sensuale. Il giorno dopo è la volta dei due figli già pronti a scannarsi per l’eredità. Sarà l’inizio di una sarabanda forsennata alla quale la padrona di casa, nel frattempo scopertasi incinta, assiste in un crescendo di segnali premonitori che non promettono nulla di buono: presenze moleste, pavimenti sanguinanti, rumori dalla cantina, riti a un passo dal satanico…
Schematizzando un po’, siamo tra “Uno sconosciuto alla porta” e “Rosemary’s Baby”, anche se Aronofsky immerge lo spettatore, attraverso lo sguardo della povera protagonista, in quello che definisce “un brodo primordiale di angoscia e impotenza”. Bello a dirsi, meno a vedersi. Il film diventa quasi subito un pastrocchio senza capo né coda. Si evocano la follia di massa nella società contemporanea, i nuovi fanatismi capaci di tramutarsi in guerra fratricida; ma i modelli estetici sono quelli di un certo horror paranormale e visionario, di forte impronta sonora, dove il cattivo sbuca sempre da dietro la porta aperta di un frigorifero. Jennifer Lawrence, quasi una Madonna addolorata e stupefatta, si misura col marito finto soave Javier Bardem e i minacciosi intrusi Ed Harris e Michelle Pfeiffer. Per tutto il tempo l’attrice più pagata del cinema hollywoodiano sembra chiedersi: ma in che film sono finita? Purtroppo se lo chiedono anche i festivalieri. Un altro passo falso del concorso.
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Per fortuna, a riequilibrare il tono della giornata, è arrivato dal Giappone “The Third Murder” (“Il terzo omicidio”) di Kore-eda Hirokazu, regista di quel “Ritratto di famiglia con tempesta” uscito anche in Italia. Partendo da un assunto poco rassicurante, e cioè “il tribunale non è il luogo in cui si stabilisce la verità”, il cineasta e sceneggiatore immagina un giovane avvocato di gran nome alle prese con un caso controverso. Il signor Misumi, già condannato per un omicidio commesso trent’anni prima e da poco uscito dal carcere, è di nuovo a processo per aver rapinato, ucciso e bruciato un altro uomo, il suo datore di lavoro. Misumi è reo confesso, tutto sembra chiaro, difficile evitare la pena di morte. Ma il legale, nell’ascoltare l’interessato e i parenti della vittima, si convince a poco a poco che le cose siano andate in modo diverso.
Il senso del film è chiaro sin dal titolo: il terzo omicidio stavolta lo commette lo Stato. Ma è il tono della narrazione, disteso e meditabondo, contrappuntato con misura dalle note pianistiche di Ludovico Einaudi, a colpire nel segno. Il regista si interroga su temi cruciali come la natura dell’uomo, la ferocia familiare, l’avidità capitalistica, l’imperfezione della giustizia, lasciando che affiori via via, nello spettatore, un sentimento di quieta rassegnazione rispetto al concetto di Verità.
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Si ride invece, ma fino a un certo punto, col documentario dal titolo torrenziale “Jim & Andy: The Great Beyond – The Story of Jim Carrey & Andy Kaufman With a Very Special Contractually Obligated Mention of Tony Clifton” accolto tra i Fuori concorso. L’ha diretto Chris Smith partendo da un’intervista a cuore aperto con Jim Carrey, oggi attore pensoso con il viso incorniciato da una venerabile barba bianca. Nel 1999 il divo dalla faccia di gomma fu chiamato da Milos Forman per incarnare in “Man of the Moon” il comico televisivo Andy Kaufman, morto a soli 35 anni nel 1984. Artista controverso, al tempo stesso irritante e rivoluzionario, perfino oltraggioso nei panni del suo alter ego ciccione Tony Clifton, Kaufman si trasformò in una sorta di ossessione per Carrey, allora all’apice del successo.
L’identificazione, fisica e comportamentale, fu assoluta, al punto da provocare più di un guaio sul set, incluso un breve ricovero in ospedale. Il camaleontico Carrey si sentiva intimamente Kaufman, ne assunse movenze, toni di voce, buffonerie. Faticando, infine, a uscire dal personaggio politicamente scorretto che in buona misura rimandava a se stesso. Composto e pensoso, l’attore canadese, ormai fuori dal giro che conta, rievoca quell’avventura esistenziale/artistica con l’aiuto di filmati inediti, anche assai gustosi, da “dietro le quinte”. Alla fine viene una gran voglia di rivedere il film di Forman.

Michele Anselmi

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