PER KECHICHE ARRIVA “IL TEMPO DEI MELONI”, MA CHE ROTTURA. DALLA CINA UNA BRUTTA STORIA PEDOFILA, SOLDINI TRA I CIECHI

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (10)

Anche per Abdellatif Kechiche è arrivato “Il tempo delle mele”. Anzi dei “meloni”, come un collega impertinente ha ribattezzato il nuovo film dal titolo enigmatico e torrenziale, “Mektoub, My Love: Canto Uno”, per via del goloso sguardo sui giovanili corpi femminili allegramente mostrati nelle loro forme tornite. Classe 1960, tunisino, Palma d’oro quattro anni fa a Cannes con lo scandaloso e riuscito “La vita di Adele”, Kechiche ha fama di cineasta incazzoso e poco incline al sorriso. “Mektoub” eccetera batte bandiera francese per lingua e ambientazione, ma è stato produttivamente realizzato perlopiù con soldi italiani, sicché uscirà distribuito da Vision. Magari avrà i suoi estimatori da noi, di certo i fischi che hanno siglato le due proiezioni per i giornalisti alla 74ª Mostra (il film è in concorso), non avranno fatto granché piacere al regista.
Kechiche è un habitué al Lido, vi ha già portato “Tutta colpa di Voltaire”, “Cous Cous” e “Venere nera”, difficile quindi per il direttore Barbera non prendere in concorso il nuovo film, primo capitolo di una trilogia in parte autobiografica, benché alla base ci sia un romanzo di François Bégaudeau. Spente le due citazioni dal “Vangelo” e dal “Corano”, si parte con un prolungato amplesso, anche piuttosto realistico, e bisogna riconoscere che Kechiche sfodera una certa cura nel ritrarre le nudità della fremente fanciulla, che si chiama Ophélie, sotto i colpi dello sciupafemmine Toni. A spiarli di nascosto è Amin, un aspirante sceneggiatore di origini tunisine, si direbbe alter-ego dell’autore, sceso da Parigi, per le vacanze estive, nell’assolato paesino di mare, sud della Francia.
Siamo nel 1994. Bello, magro, osservatore, un po’ timido, il giovane uomo è l’opposto del dionisiaco cugino Toni, che in fatto di sesso va forte non solo con la burrosa pastorella Ophélie. Sulla spiaggia i due rimorchiano due avvenenti ragazze appena arrivate da Nizza, e si capisce subito che il loro soggiorno sarà piuttosto movimentato sul piano sentimentale (diciamo).
Kechiche poca ama il montaggio, che forse trova artificioso, infatti gira film interminabili, nei quali ogni scena viene lasciata scorrere ad libitum, affinché sembri rubata dalla vita vera, quasi a sfidare la pazienza dello spettatore. In realtà non è cinema documentaristico, il suo, bensì assai meditato: nell’uso della luce naturale e della musica diegetica, nella direzione degli interpreti e nello snocciolarsi della chiacchiera un po’ alla Rohmer ma senza Rohmer.
I sapori della cucina tunisina (c’è di mezzo un ristorante di famiglia) fanno tutt’uno con i corpi sodi e voluttuosi di quelle “sirene” in costume da bagno, riprese da ogni angolatura in acqua, sulla spiaggia, in discoteca, mentre si vestono o parlano di gelosia e tradimenti. Il doppio parto di una capra ripreso in diretta e l’inevitabile bacio lesbico siglano un film certamente d’autore, ma alquanto scombinato. Difficile arrivare in fondo ai 180 minuti. Kechiche, ormai asceso allo status di venerato maestro, è un altro che non lavora ma “capolavora”.
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Di sesso, ma per nulla gioioso e liberatorio, anzi fosco e perverso, parla anche il cinese “Gli angeli vestono di bianco”, scritto e diretto dalla regista Vivian Qu. Pure qui siamo in una cittadina di mare, all’ombra di una gigantesca statua di Marilyn Monroe con le gonne al vento, come nel film “Quando la moglie è in vacanza”. Mia, una sedicenne solitaria e senza documenti, fa le pulizie in un hotel, pagata una miseria. Una sera le capita di lavorare alla reception: e dalle telecamere a circuito chiuso osserva un ricco papavero locale mentre molesta e forse stupra due studentesse dodicenni.
Il caso finisce in tv, le ragazzine sono sottoposte a ripetute visite ginecologiche per appurare i fatti, Liu prova a ricattare il potente pedofilo e viene pure pestata, alla fine tutto viene messo a tacere.
Il tabù della verginità è l’elemento cruciale di questo film strano e malinconico, a tratti amarissimo, dove l’iniziale violenza sessuale sembra quasi un pretesto per raccontare, con quieta sensibilità femminile, i meccanismi di una società post-comunista crudele e fortemente maschilista.
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Arriva sempre, nella carriera di una brava attrice, un ruolo da cieca (un tempo anche da suora o prostituta). Nel nuovo film di Silvio Soldini tocca a Valeria Golino, che col regista milanese aveva girato “Le acrobate”. Presentato tra i Fuori concorso, “Il colore nascosto delle cose” trae ispirazione da un documentario dello stesso Soldini intitolato “Per altri occhi”. L’idea di fondo è questa: i non vedenti non sono come il cinema li ha spesso rappresentati, e cioè spaventati, depressi, rinunciatari. Di sicuro tale non è Emma, appunto Golino, che ha perso la vista a sedici anni e oggi, donna ancora piacente reduce da un divorzio, fa l’osteopata a Roma senza farsi mancare nulla: vestiti, cene, amicizie. Anche per questo la donna finisce nel mirino di Teo, cioè Adriano Giannini, un pubblicitario di successo, facile ai tradimenti, immaturo e in fuga dal passato familiare. All’inizio è solo una scommessa, per la serie “mi faccio una cieca”, ma poi le cose si complicheranno. Per tutti e due.
Si parte al buio e si finisce al buio, solo al suono delle voci, in modo da proiettare lo spettatore in una sorta di piccola esperienza sensoriale. Il film è onesto, anche ben recitato, Soldini esercita uno sguardo non banale sui suoi personaggi. Ma purtroppo manca qualcosa, al termine dei 115 minuti risulta difficile appassionarsi davvero alla storia di Emma e Teo.
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Stupisce ogni volta la libertà espressiva del cinema israeliano, la sua capacità di affrontare temi spinosi, come la Shoah, la religione o il conflitto con i palestinesi, senza cadere nella retorica, spesso rovesciando le attese, spiazzando lo spettatore. Prendete il magnifico “Ha’Edut”, ovvero “La testimonianza”, di Amichai Greenberg, passato in “Orizzonti”. Yoel è un ebreo osservante, molto rispettoso delle tradizioni, che di mestiere fa lo storico dell’Olocausto. Teorizza a un collega: “Non esiste la verità mia o tua, esiste solo la verità assoluta, e bisogna decidere se accettarla o respingerla”. Facile a dirsi.
Nel marzo del 1945, in un campo attorno a Lendsdorf, Austria, furono uccisi e sotterrati dalla Gestapo circa 200 ebrei. La fossa comune non è stata mai ritrovata e ora qualcuno sta progettando di costruire un complesso immobiliare su quei terreni. Yoel ha i giorni contati per trovare fatti, prove, testimonianze. E intanto, messo sotto pressione dagli eventi, il ricercatore scopre per caso che l’anziana madre malata, sopravvissuta ai campi di sterminio, forse non è la donna che ha sempre detto di essere. Indagine familiare e indagine storica si mischiano in questo film teso, serrato, anche dolente, alla fine del quale nulla, per Yoel, sarà uguale a prima. Barba inclusa.

Michele Anselmi

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