“HANNAH”: TROPPI TEMPI MORTI ALLA FINE UCCIDONO ANCHE IL FILM DALLA FRANCIA UNA TOSTA STORIA DI AFFIDO E ODIO CONIUGALE

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (11)

D’accordo, siamo alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, quindi non dovrebbe valere l’antico adagio hollywoodiano secondo il quale “il cinema è la vita senza i tempi morti”. Ma se metti in un film solo tempi morti alla fine ammazzi il film medesimo. Capita con “Hannah”, quarto titolo italiano in concorso alla 74ª edizione, ambientato in Francia ma firmato dal trentino Andrea Pallaoro, classe 1982. Un tempo l’avremmo definito “film da festival”. La formula è stantia, neanche corrisponde più alla realtà, ma una cosa è certa: “Hannah” dura solo 95 minuti e sembra non finire mai.
Pallaoro ha studiato cinema negli Stati Uniti, quattro anni fa portò a Orizzonti il suo “Medeas”, cita tra i suoi ispiratori registe sofisticate come Lucrecia Martel e Chantal Akerman. Però, con tutto il rispetto, non basta ingaggiare un’attrice-feticcio come Charlotte Rampling per dare un senso alla storia. È lei l’Hannah in questione.
Siamo in un’imprecisata cittadina francese, benché molte riprese siano state fatte a Roma. Dimessa, intristita e dignitosa, l’anziana signora ha appena visto il marito finire in carcere. Non si dice per cosa, ma si capisce via via da segnali e allusioni: pedofilia. Hannah sembra credere all’innocenza del consorte, e intanto la sua vita va progressivamente in pezzi: il figlio non vuole più vederla, le ritirano la tessera per la piscina, la madre di una vittima bussa alla sua porta, anche i corsi di espressione corporea/teatrale non la sollevano più.
Il film racconta, per gesti quotidiani che si vorrebbero emblematici di una condizione umana desolata, lo sgretolamento psicologico della protagonista, anche la sua perdita di autocontrollo di fronte alla spietatezza del contesto. Hannah, insomma, come la balena spiaggiata di cui sente parlare in tv, prossima alla fine. Metafora metafora…
Charlotte Rampling naturalmente è una garanzia. Magari poco credibile come donna delle pulizie in una villona tutta vetri e specchi, e tuttavia capace di caricarsi sulle spalle l’intero film. Parla bene il francese, il suo fisico altero, mostrato anche senza veli, e le rughe dolenti, da donna messa all’angolo, sono ammirevoli; ma non bastano a fare di “Hannah” una riuscita. Sfilacciata e ambiziosa, la storia è un po’ fatta di niente: solo di atmosfere meditabonde, di artificioso stile.
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Proprio l’opposto di “Jusqu’à la garde”, l’altro film in concorso della giornata. Anche qui si parla francese, ma il regista esordiente Xavier Legrand, nella vita anche attore, viene da quel Paese, s’è fatto le ossa a teatro e cerca una cifra personale. Basterebbero i primi dieci minuti, un autentico pezzo di bravura per forza drammaturgica e tensione interpretativa, a definirne il nascente talento.


Davanti a una giudice, assistiti dai rispettivi avvocati, i divorziati Myriam e Antoine devono risolvere un problema non da poco. Il figlio undicenne Julien ha terrore del padre, non vuole più vederlo, la donna ha chiesto l’affido esclusivo, ma l’uomo, disposto anche a trasferirsi di città, ottiene l’affido congiunto. Chi dice la verità? Il padre è davvero cambiato, come dice? La madre è prevenuta perché ha un altro uomo?
“Volevo realizzare un film politico, un film di guerra, forse addirittura un horror” spiega Legrand. Magari esagera. Ma “Jusqu’à la garde” si vede davvero come stando sui carboni ardenti, in un crescendo di ferocia sotterranea, minacce sommesse, scenate profetiche. A Hollywood una storia del genere avrebbe avuto un’altra fine, però anche qui si spara. Il monumentale Denis Ménochet e la bionda Léa Drucker sono i due “combattenti”, mentre il piccolo Thomas Gioria, davvero ben scelto, si ritrova nel mezzo di una guerra coniugale che sembra presa da un acre fatto di cronaca.
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Si spara, e molto, pure in “Le Fidèle”, terzo film francofono della giornata, inserito tra i Fuori concorso (forse senza molta convinzione). Scritto e diretto dal belga Michaël R. Roskam, trattasi di romanzo criminale in bilico tra action-movie all’americana e amour-fou all’europea. Molto lungo, circa 130 minuti, debitore di qualcosa a “The Town” di Ben Affleck, comunque ben interpretato da due attori mica male: il fiammingo Matthias Schoenaerts, ormai gettonato anche a Hollywood, e la francese Adèle Exarchopoulos, che fu lanciata da “La vita di Adele” di Kechiche. Belli, sensuali e molto “fisici”, i due sono Gino detto Gigì e Bénédicte detta Bibì: lui è un gangster che rapina banche e furgoni con una banda di vecchi amici; lei è una pilota da corsa che lavora nella ricca azienda di famiglia. Si conoscono, si amano, meditano di sposarsi e di fare un figlio.

Ma per Gino è impossibile smettere di fare il bandito, ce l’ha nel sangue; e naturalmente l’ultimo colpo, il più spettacolare, sarà l’inizio di un calvario. Per entrambi.
“Le Fidèle” si lascia vedere volentieri, specie nella prima parte, che aggiorna la tradizione dei “polar” alla Melville, con un sovrappiù di sangue e adrenalina. Poi s’impone la tragica storia d’amore, con tanto di malattia, e il film prende un’altra strada, all’insegna del Destino.

Michele Anselmi

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