TUTTO COME PREVISTO: IL LEONE D’ORO A GUILLERMO DEL TORO E LA COPPA VOLPI A RAMPLING (ERA MEGLIO MCDORMAND)

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (13)

Una premiazione infinita, vista la quantità dei premi in lizza, addirittura 7 per la sezione Orizzonti; e un verdetto in buona misura condivisibile, anche annunciato, perché di quelli che riescono ad armonizzare le ragioni del cinema d’autore e del cinema popolare, ricucendo il rapporto spesso tormentato tra cinefilia festivaliera e pubblico pagante.
Dunque il Leone d’oro è andato al messicano Guillermo Del Toro, che da anni lavora felicemente a Hollywood, e alla Mostra ha portato forse il suo film più denso e toccante, “The Shape of Water”. Una favola romantica e dark allo stesso tempo, ambientata nei primi anni Sessanta, in piena paranoia da “guerra fredda”, ma con riferimenti trasparenti all’America odierna, insomma all’America di Trump.
Poteva scegliere diversamente la giuria presieduta dall’attrice Annette Bening? Probabilmente sì, ma ha poco senso fare le pulci ai verdetti, e comunque “The Shape of Water” è un film nobile, emozionante, che mette d’accordo tutti. Un Leone d’oro nel segno della “filosofia” estetica cara al direttore Alberto Barbera, anche un segnale chiaro rivolto alle major hollywoodiane, perché mandino sempre più volentieri i loro film al Lido.
Peccato per “Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, gran favorito, che avrebbe meritato di più: ma il riconoscimento per la migliore sceneggiatura al regista anglo-irlandese Martin McDonagh ci sta tutto.
Gli altri allori forse già li conoscete. Niente da dire sul Premio Mastroianni andato al giovane attore statunitense Charlie Plummer per “Lean On Pete”, e sul Premio speciale della giuria a “Sweet Country” dell’australiano/aborigeno Warwick Thornton.
Semmai suona un po’ curiosa la Coppa Volpi cucita addosso al palestinese Adel Karam per il teso (e un po’ sottovalutato) “L’insulto”: bravo per carità, solo che il film di Ziad Doueri è costruito sulla sfida affilata tra due personaggi, che senso ha premiare solo Karam e non l’antagonista libanese Kamel El Bacha?
Invocata a gran voce, è arrivata anche la Coppa Volpi all’attrice inglese Charlotte Rampling, protagonista assoluta di “Hannah” dell’italiano Andrea Pallaoro (sarà contenta Raicinema, presente in forze al Lido): prova tutta all’insegna della sottrazione, tra pensosa e depressa, molto applaudita alla Mostra, e tuttavia un po’ monocorde. Io avrei preferito la perfetta Frances McDormand di “Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, ma non si può volere tutto. Del resto all’Italia bisognava dare qualcosa, e quindi… (in ogni caso “Ammore e malavita” resta il migliore tra i quattro titoli nostrani in gara).
Festeggia due volte l’esordiente francese Xavier Legrand, regista del notevole “Jusqu’à la garde”: Leone d’argento per la migliore regia e Leone del futuro destinatario dei 100 mila dollari legati al Premio Luigi De Laurentiis. Non può lamentarsi nemmeno l’israeliano Samuel Maoz, che vinse il Leone d’oro col suo “Lebanon” nel 2009 e ora si aggiudica il Gran premio speciale della giuria col nuovo, spiazzante, controverso “Foxtrot”.
Nell’insieme un palmarès di forte impronta anglofona, anche sul piano degli stili, attento a laureare film di forte impronta emotiva, capaci di comunicare, di lasciarsi vedere. Avranno sicuramente da ridire gli estimatori del torrenziale e morbosetto “Mektoub, My Love: Canto Uno” di Abdellatif Kechiche; ma, appunto, la giuria è sovrana, e di sicuro il regista franco-tunisino ha fatto di meglio in passato.
PS. La sezione competitiva Orizzonti è stata aggiudicata da “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli. A molti è piaciuto, al sottoscritto poco. 0Ma questo non conta. Si conferma però, sia detto senza alcuna malizia, che i film italiani vincono a Venezia solo quando c’è un presidente di giuria italiano. Scatta subito l’aiutino. Nel caso in questione era Gianni Amelio.

Michele Anselmi

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