ARRESTATO IN LIBANO ZIAD DOUEIRI, IL REGISTA DI “L’INSULTO”. L’ACCUSA? AVER GIRATO IL SUO FILM PRECEDENTE IN ISRAELE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Ricevo dall’ufficio stampa di Lucky Red questa dichiarazione di Andrea Occhipinti, che pubblico volentieri, in merito all’arresto di Ziad Doueiri.

Il suo ultimo film, “L’Insulto”, premiato alla Mostra di Venezia, Coppa Volpi all’attore palestinese Kamel Al Basha, è stato scelto per rappresentare il Libano agli Oscar. Tutto questo non ha impedito che il regista libanese Ziad Doueiri venisse arrestato ieri all’aeroporto di Beirut, al suo rientro in Libano per l’uscita del film in sala, attesissimo in patria. Accusato di aver “cospirato con il nemico” per aver girato il suo film precedente in Israele! I suoi passaporti libanese e francese sono stati confiscati e dovrà comparire davanti al tribunale militare.
“L’insulto” racconta la complessità di quel paese attraverso un banale incidente tra un cristiano e un palestinese, che da disputa privata diventa in breve tempo un caso nazionale in cui entrano in gioco rancori mai sopiti delle due comunità. Perché un regista che contribuisce a superare le divisioni ataviche di quel torturato paese viene processato da un tribunale militare? Perché il Libano da una parte lo candida per l’Oscar e dall’altra lo arresta? Perché tutto questo avviene oggi? Chiediamo che sia data tutta la risonanza possibile attraverso i media affinché Ziad Doueiri venga liberato al più presto. Andrea Occhipinti
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Questo ho scritto su Cinemonitor, pochi giorni fa, sul bel film di Ziad Doueiri, passato in concorso alla Mostra del cinema.

Parto da quello che, per me, è finora il film più bello e interessante. Il libanese “L’insulto”, scritto e diretto da Ziad Doueiri, classe 1963. Siamo nel ramo cinema processuale, ma si direbbe che il tribunale sia un escamotage drammaturgico, certo sempre efficace, e del resto il cineasta s’è formato negli Stati Uniti, per raccontare una vicenda tragicamente infissa nella storia libanese. Una scritta sui titoli di testa avverte che quanto vedremo e sentiremo “non riflette la posizione del governo libanese”, il che la dice lunga sulla delicatezza della faccenda.
L’insulto in questione nasce da un incidente banale, tra le strade di un quartiere popolare di Beirut. Annaffiando il balcone, un meccanico cristiano, Toni Hanna, lascia che l’acqua sporca cada su alcuni operai di un’impresa edile al lavoro. Il capomastro Yasser Salameh, profugo palestinese, aggiusta di sua iniziativa la grondaia di Toni, ma quello si arrabbia ancora di più e si sente rispondere “Brutto stronzo”. Mica finisce lì: quando finalmente Yasser, pressato dal suo capo, va a chiedere scusa, Toni gli urla addosso “Ariel Sharon avrebbe dovuto sterminarvi tutti”, l’altro non ci vede più e rompe due costole al meccanico. Apriti cielo.
La questione non è solo d’orgoglio, avrete capito. In anni non troppo lontani cristiani e palestinesi si sono combattuti, da quelle parti, tra massacri e vendette, sicché, finendo in tribunale, il caso diventa politico, quindi un piatto ghiotto per tifoserie e mass-media. Anche perché i due avvocati che si fronteggiano, l’uno difendendo Toni e l’altra Yasser, sono padre e figlia.
Il film, scritto benissimo, spiazza continuamente lo spettatore, pure a colpi di rivelazioni “all’americana”, ma senza mai perdere di vista la sostanza e il contesto dell’aspro confronto, nel quale confluiscono ferite antiche e rancori attuali. A prima vista sembrerebbe che il regista parteggi per il “buon” palestinese contro il “cattivo” cristiano. Ma vedrete, se mai il film uscirà in Italia, che “lo stato emotivo estremo”, evocato dai due avvocati durante udienze sempre più incattivite, pesca in torti lontani, subìti da entrambi i due avversari.
Adel Karam e Kamel El Basha incarnano Toni eYasser, e sono perfetti, come il resto del cast. L’apologo, nella migliore tradizione del cinema processuale, non appesantisce l’azione e le situazioni, in un crescendo teso come una corda di violino. Ma certo Doueiri sa di cosa parla, è ben attento a ripartire torti e pregiudizi, trovando un epilogo tutt’altro che “buonista”, semmai giusto: sul piano morale, della legge e della colpa.

Michele Anselmi

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