RICORDANDO RONDI ALLA CASA DEL CINEMA, UN ANNO DOPO. AVATI E LAUDADIO NON SPARGONO INCENSO MA UN PO’ DI ZOLFO

L’angolo di Michele Anselmi per Cinemonitor

Sulfureo e astrale, vanitoso e monacale, curiale e permaloso, ipocrita e severo, criticone e talent-scout, di destra e di sinistra… Gian Luigi Rondi, scomparso l’anno scorso, proprio il 22 settembre, alla venerabile età di 94 anni, era tante cose insieme, anche in elegante contraddizione, com’è emerso dal non formale dibattito che s’è sviluppato alla Casa del cinema dopo la proiezione del documentario su di lui realizzato nel 2014 da Giorgio Treves, “Gian Luigi Rondi: vita, cinema, passioni”.
Sala piena per l’omaggio organizzato dal Centro sperimentale di cinematografia in occasione del nuovo volume “Tutto il cinema in 100 (e più) lettere”, edizioni Sabinae, nel quale Rondi ha raccolto prima di morire numerose missive inviategli da grandi personalità del cinema nel corso della sua lunga vita professionale di critico, organizzatore culturale, direttore e presidente di festival.
Certo, nello scorrere del filmato faceva un discreto effetto malinconico rivedere i visi e riascoltare le voci di Ettore Scola, Francesco Rosi, Carlo Lizzani, e naturalmente di Rondi, che si prestò volentieri, quasi in un amichevole confronto a distanza con l’amico/rivale Gilles Jacob, al racconto della sua “giornata tipo”, salvo poi andare a ritroso nella sua esistenza dedicata al cinema, inteso come valore assoluto e fondante.

In sala, riaccese le luci, hanno parlato, coordinati da Franco Montini, il presidente del Csc Felice Laudadio, i registi Pupi Avati e Luca Verdone, l’attore Enzo Decaro, naturalmente l’autore Giorgio Treves. Il rischio del ritratto agiografico post-mortem, del ricordo ecumenico, è stato subito evitato.
Avati, che bene conosceva “il decano della critica” anche sul piano personale, ha vivacizzato l’atmosfera un po’ cerimoniosa spiegando: 1) che Rondi era “un critico di destra”, o tale venne considerato, nel senso che fu osteggiato, a lungo, duramente, da quasi tutti i cineasti di sinistra, inclusi quelli che nel documentario lo lodano e gli siedono accanto; 2) che l’interessato, nel parlare alla telecamera di Treves e nel farsi ritrarre tra memorie e fotografie, “ha voluto essere un Rondi più Rondi di Rondi”, nel senso di addolcire i contrasti artistici, ritoccare un po’ le scelte politiche e alcuni momenti cruciali, quasi a chiudere il cerchio e far la pace con tutti.
Un po’ è così. Per dire: se Pasolini gli dedicò un epigramma tanto feroce quanto usurato e gratuito, “Sei così ipocrita che quando l’ipocrisia ti avrà ucciso / sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”, Rondi rispose signorilmente all’invettiva più tardi parlando bene, proprio sul “Tempo”, dello scandaloso e controverso “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, peraltro scritto pure da Avati (sembra incredibile ma è così).
Anche Laudadio, pur svolgendo il ruolo del padrone di casa, non l’ha buttata sul diplomatico. Per lui l’ecumenismo che oggi avvolge morbidamente la figura di Rondi, da giovane cattolico comunista e partigiano, poi uomo di fiducia di Andreotti nel campo del cinema, amico di Giorgio Napolitano e infine uno dei primi iscritti al Pd, non può far dimenticare stagioni di polemiche ideologiche e di contrapposizioni estetiche, di recensioni “guidate” e di paludate logiche istituzionali.
E tuttavia Laudadio, che fu nominato direttore della Mostra del cinema di Venezia proprio da Rondi presidente della Biennale, nel 1997, non dimentica le qualità dell’uomo: non solo felpato cardinale (o pontefice?) del cinema italiano, come vuole una certa immagine, ma anche critico di ottima scrittura, tessitore di rapporti internazionali, inventore di premi, giurato combattivo ai festival, intellettuale capace di riconoscere errori e piccole viltà.
Su una cosa Laudadio ha torto o magari finge di non sapere. Per i David di Donatello, che fu prediletta creatura di Rondi fino alla fine e adesso diventerà un’altra cosa su iniziativa del Mibact e dell’Anica, i giochi sono già fatti, da tempo. Il sostituto-presidente è già pronto da mesi, bisogna solo attendere la fine della Festa di Roma perché Franceschini faccia il nome: che è quello di Piera Detassis, non a caso considerata da Rondi “il miglior direttore di festival mai incontrato nella mia vita”.

Michele Anselmi

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