ESCE “L’INTRUSA” (PER FAVORE NON TIRIAMO IN BALLO ANTIGONE) UNA MAMMA CAMORRISTA VA AIUTATA O RESPINTA DAL GRUPPO?

L’angolo di Michele Anselmi per Cinemonitor

Non si discute: “L’intrusa” è un film nobile e severo, girato con uno stile scabro, quasi documentaristico, benché costruito sulla prova degli attori. Però, a dirla tutta, si fatica un po’ ad arrivare alla fine, benché duri solo 95 minuti. Passato lo scorso maggio alla “Quinzaine des réalisateurs” di Cannes, il secondo lungometraggio di Leonardo Di Costanzo, dopo “L’intervallo”, è nelle sale da oggi, giovedì 28 settembre. Non sarà un film sulla camorra, ma certo siamo lì. Tanto è vero che il regista spiega: “È un film su chi ci convive (con la camorra, ndr), su chi giorno per giorno cerca di rubargli terreno, persone, consenso sociale, senza essere né giudice né poliziotto”.
In effetti, forzando un po’ il senso del titolo, le intruse sono due. La sessantenne Giovanna, che viene dal nord e da anni gestisce nella periferia napoletana il centro “La Masseria”, cioè un luogo “di gioco e creatività al riparo dal degrado e dalle logiche mafiose”; e la ventenne Maria, madre di una bambina e moglie di un feroce killer camorrista, appena arrestato, che aveva trovato rifugio proprio dentro quel centro all’insaputa di Giovanna.
Mettiamo da parte il mito di Antigone, tirato in ballo sempre un po’ a sproposito appena c’è una mamma alle prese con un fosco dilemma morale (vale anche per “Fortunata” di Sergio Castellitto); e anche il cinema di Rossellini, dal regista sempre molto citato come modello. “L’intrusa” gioca, drammaturgicamente, su un doppio binario: da un lato la vita dimessa, rigorosa, quasi francescana di questa sofisticata donna settentrionale con la erre moscia e i capelli imbiancati; dall’altro il crescente pregiudizio che si abbatte su quella madre cresciuta nella logica camorristica e incapace, forse, di distaccarsene.
Fotografia a luce naturale, poca musica, attori perlopiù esordienti o non professionisti, paesaggi e ambienti desolati, molti campi lunghi e un montaggio, a prima vista, ridotto al minimo. Di Costanzo pedina, come s’usa dire, i suoi personaggi, li scruta nei gesti quotidiani, racconta senza enfasi il panorama umano della vicenda: i familiari dell’uomo ucciso “per sbaglio” dal sicario, i poliziotti al lavoro, il preside col quale collabora Giovanna, i ragazzini “svantaggiati” che hanno trovato una casa sorridente in quel centro, le mamme che danno una mano, le cugine camorriste in Suv, naturalmente le due protagoniste intente a studiarsi.
“Ne ho conosciute tante di mamme come lei, nessuna felice” avverte Giovanna quando sente montare l’ostilità della comunità contro “l’intrusa”. E a quel punto, mentre si prepara la festa con gli oggetti meccanici o di cartapesta costruiti dai ragazzini, anche lei dovrà decidere come schierarsi, capire se è possibile trovare un equilibrio tra paura e accoglienza, tra tolleranza e fermezza.
Raffaella Giordano, torinese, nella vita danzatrice e coreografa, già antipaticissima mamma di Leopardi nel film “Il giovane favoloso”, incarna Giovanna con l’aria di chi mette un po’ in scena se stessa: per gesti, movimenti, sguardi, toni di voce, abbigliamento. Magari invece è tutto assai costruito. Francamente mi pare decisamente più convincente Valentina Vannino, napoletana, classe 1991, che debutta al cinema facendo di Maria una madre costretta ad essere lupa per non soccombere. Produce Carlo Cresto-Dina con Raicinema, distribuisce Valerio De Paolis con la sua società “Cinema”.

Michele Anselmi

Lascia un commento