“UNA FAMIGLIA” PER MODO DI DIRE: FAR FIGLI PER POI VENDERLI. A VENEZIA ERA IN CONCORSO, NON S’È CAPITO BENE PERCHÉ

L’angolo di Michele Anselmi per Cinemonitor

Dalla Mostra di Venezia, dove stava in concorso non s’è mai capito bene perché, appena una ventina di giorni fa scrissi, magari esagerando: “il film italiano che si vorrebbe non vedere”. Da ieri, giovedì 28 settembre, “Una famiglia” è nelle sale, quindi visibile a tutti. Potrete giudicare voi stessi. Lo firma il catanese Sebastiano Riso, 34 anni, fattosi notare col precedente “Più buio di mezzanotte”. Non so se sia rubricabile sotto la loffia etichetta “film da festival”, ma so che “Una famiglia” riassume tutti i difetti di un certo cinema d’autore squisitamente italiano: ridicolo involontario, scene madri urlate, balletti in salotto, dialoghi inconsistenti, sospensioni pensose, fotografia livida, situazioni improbabili.
Come forse ricorderete, Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel sono Maria e Vincent, una coppia abile nel mimetizzarsi che vive in una periferia romana desolata e anonima. Il loro “lavoro”? Mettono al mondo figli che vendono per 50 mila euro, naturalmente al di fuori di ogni regola, a coppie sterili pronte anche a indebitarsi e far mutui. Lei, vittima e complice insieme, è sfibrata fisicamente, vorrebbe smettere, infatti si fa impiantare di nascosto la spirale dal ginecologo che dirige il traffico; lui, al quale nulla sfugge, è una specie di “padre-padrone” metà orco e metà amante (la scena in cui strappa dal ventre della compagna la spirale di cui sopra è stata giustamente oggetto di una feroce vignetta di Stefano Disegni). Tutto precipita quando due ricchi omosessuali, s’intende attori, si faranno sotto per coronare il loro sogno di paternità.
Il film, pare nato da un’esperienza personale vissuta dal regista, dichiaratamente gay, non vuole essere un instant-movie sui temi dell’utero in affitto, delle leggi retrograde e delle adozioni illegali. L’ambizione è più alta: Riso racconta un estremo dramma dei sentimenti, una perversa dinamica di coppia che pesca nella cronaca per sublimarsi nella tragedia. Naturalmente senza dare giudizi. Il francese Bruel in patria è un cantante alla moda, anche un attore rassicurante, di commedia: quindi deve essergli piaciuta l’idea di fare il “mostro” qui da noi. Ramazzotti, sempre più scarnificata e dolente, dovrebbe mangiare un po’ di più e mutare espressione. È una brava attrice, non ci piove, ma diciamo che non sempre sceglie i copioni giusti.

Michele Anselmi

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