It, racconto oscuro della giovinezza

Due delle più grandi scommesse di It, prima parte dell’adattamento del best-seller di King diretto dall’argentino Andy Muschietti, sono state la scelta di un cast per gran parte ignoto e la decisione di narrare una delle storie horror più celebri della cultura pop in maniera estremamente semplice, lineare, a tratti uscendo anche dai confini di genere. La prima scommessa è vinta soprattutto per l’affiatamento creatosi tra i ragazzini che interpretano il Club dei Perdenti e, in modo particolare, per la bravura dei soggetti meglio a fuoco – Sophia Lillis (Beverly, la ragazza precoce del gruppo), Jack Grazer (Eddie, l’ipocondriaco in conflitto con la madre) e Finn Wolfhard (Richie, il pavido umorista). Gli altri interpreti, nonostante la lunghezza del film, non riescono a diventare memorabili: la vaghezza nella caratterizzazione di alcuni dei personaggi maschili forse è da ascrivere all’eliminazione di certe scene che saranno disponibili solo con la distribuzione del Director’s cut. Laddove avrebbe dovuto esserci l’elaborazione di un lutto terribile com’è quello di un familiare, Bill e Ben diventano due personaggi sviluppati troppo poco e anche abbastanza scialbi, mentre nella vecchia miniserie diretta da Tommy Lee Wallace nel 1990 erano fra i più emotivamente coinvolgenti.

Ci troviamo dunque, per forza maggiore, a far dei paragoni fra le varie opere, quella televisiva, questa e il monumentale romanzo di King. Se l’opera tv e quella letteraria sceglievano di narrare la vicenda facendo continui salti fra presente e passato, creando suspense, ma anche momenti di leggerezza, It di Muschietti – data la trama notissima – decide di immergerci in un incubo che cuoce tutti i suoi diversi ingredienti a fuoco lento. Connotato da atmosfere nostalgiche anni Ottanta, con tanto di musiche d’epoca (vedi Stranger Things), il film costruisce il dramma e la tensione in modo graduale, in un contesto dove a contare è senz’altro la creazione degli elementi da brivido (ottima la sequenza metafilmica del proiettore), ma ancora di più lo è l’esperienza vissuta dai ragazzi e l’unione indissolubile che riescono a creare nonostante le proprie differenze e i propri traumi. Gli adulti di Derry, i genitori dei ragazzi e la baby-gang capitanata da Henry Bowers (Nicholas Hamilton), sono quasi tutti mostri perversi, dediti alla violenza e all’abuso di potere, ignoranti del male che striscia nel sottosuolo.

Muschietti si tiene il meglio dell’azione per l’atto finale che si svolge nella tana di It, le fogne dark e labirintiche di Derry alle quali i nostri protagonisti accederanno durante un sofisticato depistaggio nel dedalo progettato dallo stesso Pennywise. Oltre ad essere enorme rispetto ai ragazzini, il pagliaccio mutevole interpretato dal gigantesco Bill Skarsgard riesce, grazie ai trucchi cinematografici, a torreggiare anche di più; se funziona molto bene nelle scene a figura intera, fa sorgere delle perplessità nelle le scene smaccatamente digitali. Ad esempio, la sequenza d’apertura, che dovrebbe impostare il tono del film, è sicuramente carica di atmosfere tese e ben realizzata, ma carente di quell’anima nera che pulsava nell’ottima opening scene di Tim Curry nella miniserie. It è grande intrattenimento, orchestrato da un bravo tecnico del cinema horror-fantasy (il suo precedente Mama – La madre è stato prodotto da Del Toro) che ci auguriamo nel secondo volume di It, in uscita nel 2019, abbandoni questa innocente semplicità per intraprendere una strada maggiormente dinamica e sperimentale. Nelle sale dal 19 ottobre.

Furio Spinosi

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