Televisione contro cinema

È in atto una guerra senza esclusione di colpi tra cinema e televisione. Il ministro dei Beni culturali Franceschini ha appena firmato un decreto che impone alle reti pubbliche e private di mandare in onda ogni settimana tot film di produzione italiana ed europea. Sono passate poche ore e le televisioni sono scese in campo per farlo naufragare tra le secche del dibattito parlamentare, dove i supporter del cinema nostrano sono infinitamente meno numerosi di quelli della tv, per non parlare di quelli a libro paga del partito di Mediaset. A differenza dei ministri burla che lo hanno preceduto, come lo pseudo poeta Sandro Bondi o il condannato per corruzione Giancarlo Galan, Dario Franceschini è un politico potente ed è riuscito a convincere il Consiglio dei ministri ad approvare proprio in questi giorni una legge che obbliga le emittenti, oltre alle piattaforme a pagamento e on line, a programmare una quota consistente di titoli cinematografici. Ispirandosi alla normativa in vigore in Francia già da anni, la tv italiana non dovrà limitarsi a mettere in onda i film, ma dovrà anche accrescere progressivamente una quota del proprio fatturato da investire nella produzione, pena sanzioni davvero consistenti per chi non si allineasse. Qualcosa di simile già esisteva, ma le pene erano così minimali che le reti hanno sempre preferito pagare qualche spicciolo anziché osservare la legge. Una decina di anni fa Giuliano Urbani, da ministro della cultura del governo Berlusconi aveva tentato di imporre qualcosa di simile, ma aveva dovuto battere in ritirata, richiamato all’ordine dal suo capo, pur essendo lui stesso tra i fondatori di Forza Italia. Ciò per dire che chi tocca gli interessi dei potenti dell’etere rischia di finire fulminato. Le sanzioni pecuniarie per chi non si adegua (valgono anche per Netflix, Amazon e compagni) salgono a 5 milioni di euro, oppure sino al 3% del fatturato quando l’evasione è superiore. Inoltre le reti private a partire dal 2019 dovranno calendarizzare in prima serata il 6% della propria programmazione per film, serie tv e documentari di produzione italiana ed europea, obbligando l’emittente pubblica al 12%, considerato che già gode degli introiti del canone, la tassa più odiata dagli italiani. Apriti cielo. Tutti, da Mediaset alle reti minori agli americani, hanno aperto il fuoco. Pare che lo stesso Paolo Gentiloni, che di televisione se ne intende, essendo stato ministro delle comunicazioni nel governo Prodi, abbia firmato il decreto obtorto collo, prevedendo le reazioni. Non è però detta l’ultima parola. La norma è varata, ma siamo in Italia e si sa che gli agguati sono all’ordine del giorno. I potenti avversari, ovvero in primis Mediaset, Sky, Discovery, La7, Viacom, Fox, Disney, De Agostini etc. in queste ore hanno recapitato al governo due lettere con l’obiettivo di far saltare il banco che costituisce, parole loro, “una imposizione insostenibile a danno dei maggiori operatori televisivi nazionali”. Alle minacce segue il solito ricatto, insinuando “la drammatica ricaduta che questo provvedimento avrà su tutto il settore, anche e soprattutto a livello occupazionale”. In fatto di occupazione la pensa in modo diametralmente opposto l’Anac, l’associazione storica dei nostri grandi autori: “norme precise e non raggirabili come accaduto sinora porteranno a un notevole aumento di tutta la produzione, rappresentando un elemento di spinta e un volano per un comparto fondamentale del nostro paese”. Stupisce che appoggi la protesta dei big televisivi anche la Rai, l’azienda che più contribuisce a produrre film italiani e che dunque si trova in una posizione di pura schizofrenia: da una parte tifa per il cinema, dall’altra si schiera contro. Francesco Rutelli, che è stato tra i più illuminati ministri della cultura e ora presiede l’Anica, l’associazione dell’industria cinematografica, ha dichiarato che il decreto è “una sfida ultra-positiva. Finalmente si pongono le condizioni di programmazione per i film italiani, inclusi i documentari. E una sfida perché adesso siamo chiamati a produrre buoni prodotti per un grande pubblico”. Non la pensa così il critico devoto al trash Marco Giusti, che su Dagospia lancia il suo anatema: “il cinema sovvenzionato non è mai servito a nessuno. E nemmeno i film che vanno visti per decreto”. Gli rispondono indignati produttori e registi che invece si schierano a fianco del ministro. A onor del vero va detto che la televisione italiana, specie quella commerciale, ha fatto le sue fortune a partire dagli anni Settanta soprattutto programmando film a ogni ora del giorno e della notte. Pertanto è giusto che ora restituisca al cinema qualcosa, briciole a confronto dei profitti decennali. Berlusconi non sarebbe diventato così ricco se non avesse saccheggiato i listini delle case cinematografiche, pagandole al ribasso per alimentare i palinsesti delle sue tre reti. E la Rai non avrebbe trionfato a Cannes o a Hollywood con Rossellini, Olmi e i fratelli Taviani senza il contributo di alcuni nostri capolavori. Di certo la televisione italiana non è conosciuta nel mondo per le prime serate di Maria De Filippi o per ballando sotto le stelle con Milly Carlucci. A differenza dei film le loro performance hanno straordinari indici d’ascolto, è vero. Ma c’è qualcuno al mondo che le conosce?

Roberto Faenza

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