Cinema d’animazione: perché la produzione italiana continua a ignorarlo?

I lungometraggi d’animazione rappresentano una grossa fetta di business per il mondo del cinema. Il giro d’affari è pari a decine di miliardi di dollari. In Italia i cartoon rimangono al top delle classiche dei box office per intere settimane, con grande soddisfazione degli esercenti. Senza contare che attorno a un lungometraggio d’animazione ruota il merchandising, la serialità televisiva e molto altro. Parliamo dunque di una potenziale miniera d’oro. Nonostante questo, il nostro Paese sembra avere una costante avversione verso l’animazione. Un’avversione che accomuna produzione, distribuzione a anche pubblico, fatta eccezione per la fascia d’età 6-13.

Negli ultimi anni sono apprezzabili gli sforzi fatti dalla Lucky Red per portare sul grande schermo le opere dello Studio Ghibli, attese e partecipate però da un ristretto pubblico di “nerd”. In Italia, a differenza del resto del mondo, c’è la cultura radicata che il cinema d’animazione sia fruibile esclusivamente dai bambini. Qualche eccezione, se c’è, è relegata alla nicchia dei Festival. Come nel 2015, anno in cui Charlie Kaufman e Duke Johnson si aggiudicano il Leone d’argento e Gran premio della giuria alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per il loro lungometraggio animato Anomalisa. Un film in stop motion destinato a un pubblico adulto.

Di recente, durante il convegno “Futuro animato. Gli scenari possibili della produzione italiana”, nell’ambito della manifestazione MAADDays! 2017 (Milano, 27 – 29 settembre 2017), è emersa la marginalità della produzione italiana nell’ambito del cinema d’animazione. Gli unici investimenti sono per la serialità televisiva, la Rai è probabilmente l’unica capace di spendere qualche spicciolo in questo settore, per il resto niente di realmente interessante. Produzioni coraggiose come quella di Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, già autore di L’arte della felicità, non trovano poi una distribuzione adeguata e hanno solo una cerchia ristretta di pubblico capace di apprezzare un prodotto culturale fatto di disegni animati (Gatta Cenerentola ha incassato nelle prime 2 settimane di programmazione 305mila euro e 127mila euro nel primo weekend – fonte MyMovies). Produzioni che di fatto non riescono a raccogliere le risorse adeguate per uscire e trovare fortuna fuori dai confini nazionali.

Stati Uniti, Francia, Inghilterra possono insegnarci molto, sia dal punto di vista creativo, considerata la varietà di storie e di tecniche utilizzate nel campo dell’animazione, sia da quello industriale, dal momento che i grossi investimenti nel settore portano un ritorno in termini di guadagno decisamente rilevante. Si susseguono numerosi convegni e tavoli di lavoro sul futuro del cinema italiano dai quali si traggono risultati che in fin dei conti ripiegano sempre sulle stesse debolezze. E se la vera innovazione fosse proprio nel cinema d’animazione?

Chiara Pascali

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