“DOVE NON HO MAI ABITATO”: AL CINEMA TORNANO GLI ARCHITETTI. PAOLO FRANCHI COSTRUISCE UNA CASA E (FORSE) UN AMORE

L’angolo di Michele Anselmi per Cinemonitor

“Tornano gli architetti, come nei film degli anni Sessanta” ha scritto qualcuno, non ricordo chi, su Facebook. In effetti è così. Vedendo “Dove non ho mai abitato” sale alla memoria il Sandro incarnato da Gabriele Ferzetti ne “L’avventura” di Michelangelo Antonioni, appunto 1960. Non per niente il nuovo film di Paolo Franchi sfodera alcuni brani jazz di Giorgio Gaslini, che per il regista ferrarese aveva composto le musiche di “La notte”. Tutto torna o quasi.
Franchi spiega che il suo “è un film in costume in abiti moderni, dolcemente malinconico, una storia sull’amore e sul momento in cui si fanno i conti con se stessi: treni persi, vittorie e sconfitte”. Suona bene. E di sicuro “Dove non ho mai abitato”, nelle sala con Lucky Red da giovedì 12 ottobre, producono Pepito e Raicinema, non cerca la provocazione erotica spinta, come nel precedente “E la chiamano estate”.
Avvicinandosi ai cinquanta, il regista sembra aver fatto pace con una certa irrequietezza anche comportamentale, oltre che stilistica, infatti – sempre parole sue – propone “un’atmosfera autunnale, una narrazione lineare, naturalistica e semplice”, appunto “da film riconciliato e non ossessivo”. È così. La musica di Pino Donaggio, spalmata dappertutto, come in un thriller sentimentale di Brian De Palma ma senza omicidi, raddoppia l’effetto, nel segno di un’atmosfera classicheggiante, a tratti “vintage”, ricolma di riferimenti letterari, Cechov ed Henry James specialmente.
Avrete capito che Franchi punta in alto: si distacca dal cinema italiano corrente, immergendosi in una storia torinese, alto-borghese, fatta di sospensioni, fruscii, sguardi rubati, parole non dette o sospirate, battute aforistiche tipo “i pessimisti sono solo ottimisti ben informati”. Il tutto per raccontare un amore inatteso, diciamo temuto e cercato allo stesso tempo, benché tutto congiuri contro.
La cinquantenne Francesca, figlia parigina di Manfredi, un archistar eccentrico e brontolone con i capelli raccolti a coda di cavallo, vola a Torino, lasciando marito e figlia, per il compleanno di papà. Pensa di fermarsi poche giorni, giusto il tempo di rincuorare il genitore vedovo, invece una serie di eventi la costringeranno a rimettersi in gioco: sia sul piano professionale sia su quello sentimentale.
Sappiate solo che da giovane Francesca era un’architetta di talento, poi aveva chiuso col mestiere, ma ora Manfredi le chiede a sorpresa di collaborare col suo “delfino”, l’anaffettivo e barbuto Massimo, per un progetto redditizio che riguarda una villa sul lago ordinata da due facoltosi sposini. “Tu hai mai fatto follie per amore senza badare alle conseguenze?” domanda Francesca. Sarà difficile per Massimo resistere. Anche se…
“Dove non ho mai abitato”, titolo altamente simbolico che evoca il lavoro dell’architetto e insieme un senso di irresolutezza esistenziale, è un film elegante, meditabondo, ben fotografato da Fabio Cianchetti, trapunto di citazioni musicali (Mozart, “My funny Valentine” di Chet Baker, appunto Gaslini). Tutto è un po’ esangue, smorto, opaco, trascinato, come le vite dei personaggi: facoltosi ma in fondo rinunciatari, forse in cerca di una ragione per vivere, amare, ribellarsi.
Emmanuelle Devos, attrice feticcio del cinesta francese Arnaud Desplechin, è brava come sempre, anche nel sottile impaccio di parlare italiano in presa diretta; Fabrizio Gifuni, in maglione a collo alto da architetto, “indossa” l’antipatia dell’uomo gelido e di successo destinato a sbriciolarsi nell’avvampare amoroso; mentre Giulio Brogi, nei panni del patriarca bisbetico, va un po’ col pilota automatico.

Michele Anselmi

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