“L’UOMO DI NEVE”, SE IL POLIZIESCO NORDICO ANNOIA E RAGGELA (MA CHE ACCIDENTI S’È FATTO SULLA FACCIA VAL KILMER?)

L’angolo di Michele Anselmi per Cinemonitor

Ma che accidenti s’è fatto in faccia Val Kilmer, classe 1959? L’attore, che fu bellissimo e maledetto, pare abbia sofferto di un tumore alla gola e per fortuna è guarito. Ma il guaio vero l’ha combinato il chirurgo plastico: vedere per credere “L’uomo di neve”, nel quale Kilmer, ormai reso irriconoscibile dallo sguardo cristallizzato, si ritaglia la parte marginale, però importante, di Gert Rafto, un poliziotto alcolizzato, e forse suicida, ossessionato come l’eroe della serie Harry Hole da un serial killer fissato coi pupazzi di neve.
Non diamo la colpa al freddo, anche perché i panorami innevati e i laghi gelati della Norvegia sono “gli interpreti” più intensi di un film scombinato, passato di mano in mano, da Martin Scorsese a Morten Tyldam, prima di finire in quelle dello svedese Tomas Alfredson, il pur bravo regista di “Lasciami entrare” e di “La talpa”. Non è la prima volta che approdano al cinema o in tv le fosche storie del best-sellerista norvegese Jo Nesbø; ma non s’era mai visto sullo schermo il geniale e scorticato detective Harry Hole, protagonista di ben undici romanzi (Einaudi). “L’uomo di neve” è il settimo della serie, e si può capire perché, dopo aver incassato i soldi per i diritti e vista l’aria che tirava, lo scrittore si sia abbastanza disinteressato al risultato.
Qualcosa del genere accadde anche con il remake hollywoodiano di “Uomini che odiano le donne” firmato da David Fincher, con Daniel Craig al posto dello scomparso Michael Nyqvist: girato in inglese, nei posti veri, ma disperdendo completamente il sapore dell’originale svedese.
Lo so, Michael Fassbender è un attore versatile e potente, piace molto alle donne per una certa sensualità contorta che emana dalla sua bellezza, eppure si vede subito che Harry Hole non gli si addice granché. Demotivato e stordito, sempre con la bottiglia in mano, si risveglia su una panchina all’addiaccio, e noi capiamo subito che il famoso poliziotto studiato dai colleghi ormai è la pallida immagine di sé. Ma siccome c’è in giro un serial-killer che decapita e fa a pezzi giovani madri ritenute incapaci di amare i propri figli, ecco che Hole viene richiamato in servizio perché risolva il caso con l’aiuto di una bella collega scalpitante e molto tecnologica che forse non la racconta tutta.
Il titolo allude ai tetri pupazzi di neve, con chicchi di caffè al posto di occhi e bocca e arbusti sottili a suggerire le braccia, che l’insospettabile assassino lascia accanto alle scene dei crimini. Oddio, tanto insospettabile non è: io ho individuato il colpevole, senza aver letto il libro, verso la metà del film, che dura due ore, avanza a fatica e prova a restituire un clima in bilico tra disagio esistenziale, pene affettive, perversioni segrete e voracità capitalistiche.
Sempre caracollante, con la barba non fatta, lo sguardo stropicciato, il giaccone verde consumato, Harry Hole si muove tra personaggi che il collega Federico Gironi ha definito “ieratici, immobili, isolati e allo stesso tempo intrecciati, proprio come le statue del Parco Vigeland, uno dei simboli di Oslo, su cui Alfredson, non per un caso, indugia lungamente in apertura del suo film”. Tuttavia i dialoghi sono da serie B, le situazioni rasentano spesso il ridicolo, soprattutto si vede che nessuno ci crede, a partire dagli interpreti coinvolti: oltre a Fassbender e Kilmer, ci sono, piuttosto sprecati, Charlotte Gainsbourg, Toby Jones, Rebecca Ferguson, J.K. Simmons e Chloë Sevigny.

Michele Anselmi

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