Il cinema di Don Siegel. Un saggio fa luce su un maestro (non) dimenticato

Una chiacchierata a tutto tondo con Fabio Zanello – critico cinematografico e curatore della collana cinema di Il Foglio Lettarario – su Il cinema di Don Siegel, un volume da recuperare per la precisione con cui restituisce al lettore l’opera di un maestro che ha saputo innovare come pochi altri il genere poliziesco. Il libro, curato da Zanello, mette insieme contributi saggistici di primo piano.

Il cinema di Don Siegel è il primo volume italiano interamente dedicato al grande regista di Faccia d’angelo. Parliamo di questa rimozione critica: quali sono i motivi?

F.Z. Rimozione critica mi sembra un’espressione un po’ eccessivo in questo caso. Sportivamente potrei informarti che il volume curato da me non è stato affatto il primo nel nostro paese, c’è stato infatti un precedente: quello di Roberto Vaccino che ha pubblicato una monografia su Siegel per il Castoro nel 1985. Tornando al discorso iniziale più che di rimozione, parlerei di rapporto controverso fra la critica e Siegel. Ma sai, un regista che ha legato parecchio la sua notorietà ad un film come Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! è stato immediatamente tacciato di aver girato un’apologia del fascismo e del giustizialismo. Come al solito il tempo e le nuove leve della critica, di cui faccio parte anche io, hanno reso giustizia a questa pellicola, padroneggiando una certa elasticità mentale e nuovi strumenti ermeneutici. Gli attacchi al film non hanno risparmiato neppure Clint Eastwood, infatti se dai un’occhiata al saggio incluso nel libro di Domenico Monetti sul film succitato, noterai che Jean Luc-Godard con il consueto tatto definì il divo americano un “cretino integrale”! Come diceva Francois Villon: “Conosco tutto, tranne che me stesso!”. Il miracolo dell’intesa Eastwood/Siegel era basato su un’opposizione dialettica: un regista di sinistra aveva legato con un attore di destra.

Il volume pubblicato dalle edizioni Il Foglio Letterario è costituito da un insieme di saggi affidati ad un’importante rosa di critici. Come hai attribuito i vari argomenti?

Ci tengo a precisare che in tutti questi anni, la collana cinema che dirigo per Il Foglio Letterario di Gordiano Lupi è diventata progressivamente una factory, dove da un lato ho tenuto a battesimo dei giovani di belle speranze che incredibilmente non trovavano spazio su altre pubblicazioni di settore, dall’altro critici più navigati che hanno consolidato con noi con la loro professionalità. Detto questo, il saggio su Siegel segue la logica di altri lavori cinematografici della casa editrice: volumi collettanei dove come coordinatore affido al critico un film congeniale alle sue corde e competenze, affine ai suo gusti. Non avrei mai chiesto per esempio ad un collega che odia Eastwood, come Godard, di scrivere delle collaborazioni fra lui e Don.

Don Siegel è un codificatore di genere come pochi altri. Penso a quante volte (non solo) negli action contemporanei si riconoscono elementi chiaramente afferenti alla sua poetica o al suo stile. Parliamo di questa eredità?

Ci sarebbe da scrivere un libro su questo, ma vedrò di essere sintetico. Potrei puntualizzare che alla scuola Siegel si sono formati sul piano registico lo stesso Eastwood, Sam Peckinpah come aiuto- regista in Rivolta al blocco 11 e Mark Rydell. Eastwood ha voluto il suo mentore come attore nel debutto registico di Brivido nella notte, dedicandogli poi Gli spietati, mentre Rydell e Peckinpah hanno anche recitato per Siegel rispettivamente in Delitto nella strada e L’invasione degli ultracorpi. Quest’ultimo film, come il romanzo di Jack Finney da cui è tratto, ha poi generato nei decenni successivi remake diretti da autori differenti per poetica e nazionalità come Philip Kaufman, Abel Ferrara e Oliver Hirschbiegel. Senza contare certi polizieschi di autori come Friedkin e Mann, tutti curiosamente originari di Chicago come Siegel, che sono imperniati su anti-eroi anarchici, ambigui e crepuscolari. Infine ci sarebbe anche un altro remake come L’inganno di Sofia Coppola, ricavato da La notte brava del soldato Jonathan, premiato a Cannes 2017, che onestamente però mi sono rifiutato di vedere con un certo piglio passatista.

Racconto serrato, uno stile carico, quasi selvaggio. In che modo si è definito, attraverso i titoli più rappresentativi, questo approccio al cinema?

La modernità del cinema siegeliano non risiede solo nella caratterizzazione di personaggi complessi e ambigui, ma anche nella capacità di riscrivere le coordinate dei generi tramite il linguaggio. Penso in questo momento in particolare a due scene: quella iniziale della rapina in banca di Chi ucciderà Charley Varrick? con un montaggio che frammenta dettagli, piani ravvicinati, interni ed esterni da tramandare a memoria nelle scuole di cinema. Oppure come viene affrontato dalla mdp il duello fra il poliziotto e il cattivo nella teleferica sospesa sul baratro in Sull’orlo dell’abisso (1959) con tutte le riprese aeree. Spettacolare e seminale per tanto action contemporaneo.

Polizieschi, thriller, bellici, western. Quello di Siegel è davvero un cinema per soli uomini?

La risposta a questa domanda ce l’ha fornita direttamente Siegel con La notte brava del soldato Jonathan nel 1971. Fu un flop al botteghino, ma in realtà è un’opera d’importanza capitale nella filmografia del regista di Chicago. È il suo film più femmineo. Al loro terzo film insieme dopo Gli avvoltoi hanno fame e L’uomo dalla cravatta di cuoio, Eastwood e Siegel mettono in scena una fiaba gotica fra erotismo mortifero e violenza morbosa sullo sfondo della guerra di Secessione dal romanzo The Painted Devil di Thomas Cullinan. Il machismo e il corpo eastwoodiani vengono letteralmente destrutturati in un microcosmo al femminile, il fallocentrismo si estingue, secondo i registri dell’umorismo sarcastico, dell’onirismo e della liberazione sessuale. Siegel lo considerava fra i suoi film prediletti e come dicevamo prima anche Sofia Coppola ha subito la fascinazione di questa pellicola.

In che misura si può affermare che L’invasione degli ultracorpi sia la base della moderna fantascienza cinematografica?

Forse perché è stata una delle prime opere cinematografiche di genere con un sottotesto politico: i baccelloni alieni rappresentavano il pericolo della dittatura rossa negli States, dopo la repressione operata dal maccartismo. Incredibilmente il protagonista Kevin Mc Carthy era il cugino del famigerato senatore, quasi a voler testimoniare il gusto del paradosso e della contraddizione in Siegel. E poi è un’opera seminale anche per il tema della clonazione, attualissima ancora oggi, ma avanguardistica a quei tempi.

Rivolta al blocco 11 e Fuga da Alcatraz. È possibile definire queste due facce della stessa medaglia il nucleo più autentico della poetica di Siegel?

Pur appartenendo entrambi al filone carcerario sono due film dalle intenzioni differenti, in quanto figli di epoche diverse. Rivolta al blocco 11 è un duro e realistico atto d’accusa contro l’istituzione carceraria e le sue pecche, che travalica i personaggi stereotipati del genere all’insegna dell’impegno civile. Questi come il direttore sadico e il detenuto stupratore invece li ritroviamo maggiormente in Fuga da Alcatraz, che è sicuramente una storia più d’intrattenimento, anche se il protagonista Frank Morris incarna alla perfezione i temi siegeliani della lealtà, dell’anarchia e dell’individuo intrappolato in un sistema, che vorrebbe annullarne la personalità e l’identità.

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