“HOSTILES”, IL WESTERN DEMOCRATICO APRE LA FESTA DI ROMA. DALLA PARTE DEGLI INDIANI SENZA ESSERE MANICHEO: BELLO

La Festa del cinema di Michele Anselmi per Cinemonitor

L’antico proverbio Cheyenne (sarà vero?) recita pressappoco così: “Quando cerchi un serpente puoi anche trovarlo, ma ricordati che può morderti prima che tu te ne accorga”. Cosa vorrà dire non è del tutto chiaro. Lo scandisce in “Hostiles”, il bel film western che ha inaugurato la dodicesima Festa del cinema di Roma, il vecchio capo Falco Giallo. Malato di cancro dopo anni di dura prigionia insieme alla famiglia in un forte nel Nuovo Messico, il canuto “native american” ha ottenuto di poter morire nella sua terra, lassù in Montana, nella Valle degli Orsi. Solo che il tosto capitano Joseph Blocker, un veterano della guerra ai “pellerossa”, non ha nessuna voglia di scortare l’antico nemico rilasciato dal presidente degli Stati Uniti. Cambierà idea durante il viaggio avventuroso, del resto siamo nel 1892, a un passo dal nuovo secolo. Anche se una frase sui titoli di testa, scolpita dallo scrittore britannico D.H. Lawrence, ci ricorda che: “Nella sua essenza, l’anima dell’America è dura, isolata, stoica e assassina. Finora non s’è mai ammorbidita”.
Alberto Barbera avrebbe molto voluto alla Mostra di Venezia questo western di Scott Cooper, il suo quarto film; invece, risolti una serie di problemi produttivi e distributivi (uscirà in Italia con Notorious Pictures), alla fine “Hostiles” è finito nella gerla di Antonio Monda, appena riconfermato direttore della kermesse quirite. Non so se sia “un western fordiano”, come sento ripetere da mesi, diciamo però che “Hostiles”, cioè “nemici”, intreccia con ruvido senso morale la lezione di film come “The Missing” di Ron Howard, “Il texano dagli occhi di ghiaccio” di Clint Eastwood e naturalmente “Sentieri selvaggi” di John Ford (un po’ anche “I cavalieri del Nord Ovest”). Il regista/sceneggiatore Cooper attualizza il messaggio spiegando che “l’intolleranza e l’odio presenti nel passato americano più oscuro, imperdonabile, resistono ancora oggi”, e certo c’è del vero; ma “Hostiles” ha il merito di non mettere troppe didascalie, proponendosi come un western epico e intimista allo stesso tempo. (probabilmente anche per questione di budget).
Se avete visto qualche fotografia, saprete che Christian Bale, smesso il costume di Batman, è appunto il roccioso e taciturno capitano Blocker. Lui odia gli indiani di un odio purissimo, ne ha uccisi a decine in oltre vent’anni, al punto da diventare una “leggenda” tra i soldati. Fosse per lui quel vecchio capo indiano dovrebbe marcire in galera; ma strada facendo – sennò che western democratico sarebbe? – le cose cambiano. Il furore sembra attenuarsi, anche per merito di una giovane vedova sotto shock, alla quale i feroci Comanche hanno appena sterminato tutta la famiglia, raccolta dalla striminzita pattuglia.
“Hostiles” va sul classico: divise sdrucite e sporche, baffoni e barbe, panorami mozzafiato e violenza realistica. Il canone è rispettato, sia pure con gli aggiustamenti estetici imposti dal cinema odierno, e bisogna riconoscere che Cooper maneggia la materia con sensibilità e misura, in una chiave vagamente crepuscolare (occhio all’ultima scena in abiti civili), che lascia nello spettatore un barlume di speranza nonostante la carneficina in sottofinale.
Bale è perfetto nel ruolo di Blocker, il guerriero implacabile che deve fare pace con se stesso per tornare a sorridere; Rosamund Pike magari è troppo bella ed elegante per vivere in quelle contrade selvagge (ricorda la Cate Blanchett di “The Missing”); Wes Studi stavolta non è l’indiano cattivo, da uccidere, come in “Geronimo” e “L’ultimo dei Mohicani”.
PS. Il malinconico compagno d’armi di Blocker dice a un certo punto di aver ammazzato la prima volta un uomo a 14 anni, quando stava con “the Grays”. Non è una banda di fuorilegge, come suggeriscono i sottotitoli: sono i Confederati della Guerra civile.

Michele Anselmi

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