L’IRAQ E IL VIETNAM, DUE FERITE MAI CHIUSE PER L’AMERICA. APPLAUSI PER IL NUOVO FILM DI LINKLATER (TARGATO AMAZON)

La Festa del cinema di Michele Anselmi

C’è poco da ridere (anche da sorridere) coi film americani che s’affacciano alla dodicesima Festa del cinema di Roma. Giovedì gli indiani imprigionati e massacrati di “Hostiles”, venerdì i neri torturati e uccisi di “Detroit”, stamattina i reduci sessantenni dal Vietnam di “Last Flag Flying” e il povero Jeff Bauman di “Stronger” che perse le gambe per una delle bombe alla maratona di Boston del 2013. Del resto, è raro che le commedie abbiano diritto di cittadinanza ai cine-festival, e quando arrivano finiscono con l’essere sopravvalutate per reazione a una certa tetraggine di temi.
Però bisogna riconoscere che “Last Flag Flying”, prodotto da Amazon e firmato dal regista indipendente Richard Linklater, quello di “School of Rock” e “Boyhood”, è un film notevole, di quelli che sanno storicizzare le “ferite” nazionali e insieme raccontare cruciali strettoie dell’esistenza. C’è un romanzo di Darryl Ponicsac alla base del road-movie che rielabora un motivo classico della drammaturgia cinematografia, non solo statunitense: il viaggio accanto a una bara piena. Ad essere morto, lo scopriamo quasi subito, è un marine ventenne ucciso a Bagdad. Siamo nel 2003, Saddam Hussein è stato appena catturato col barbone in quel buco sottoterra, e l’ex medico della Marina Larry “Doc” Sheperd, che si fece pure due anni di galera ingiustamente all’epoca della guerra in Vietnam, deve sotterrare quel suo unico figlio. Gli hanno detto che è morto da eroe, vogliono seppellirlo addirittura ad Arlington, ma intanto l’uomo è sull’orlo del tracollo, ha bisogno di un aiuto per affrontare l’incombenza triste. Lo troverà in due ex commilitoni persi di vista da anni: l’incasinato barista single Sal Nealon e lo zoppicante pastore battista (nero) Richard Müller.
L’ultima bandiera che garrisce al vento, evocata dal titolo, in realtà è una di quelle a stelle e strisce ripiegate con cura fino, a formare una specie di triangolo, che abbiamo visto in tanti film di guerra. Avrete capito che la “rimpatriata” non sarà semplice, visti i presupposti, ma nel macinare tutte quelle miglia, in auto, su un furgone e infine in treno, i tre riusciranno a ritrovare il legame d’amicizia smarrito, anche la forza di dire una bugia pietosa alla vecchia madre di un soldato nero che videro morire senza far nulla.
Tutto molto classico, americano, a un passo dalla retorica anche nell’antiretorica esibita specialmente da Sal, il ribelle fancazzista del trio. Si sfotte il presidente Bush jr, soprannominato “the cheerleader”; echeggiano battute come “Siamo l’unica forza occupante della storia che si aspetta di essere amata”; si evoca continuamente il codice d’onore dei marines pur destrutturandone la mitologia. I tre, a un certo punto, diventeranno quattro, con l’arrivo di un giovane soldato nero, addetto alla scorta della bara, che vide morire il figlio di Larry e sa come andarono davvero le cose.
Molto parlato, girato in economia, ricolmo di situazioni a tratti anche buffe, “Last Flag Flying” estrae il meglio da tre attori davvero bravi, che sono Steve Carell (Larry), Laurence Fishburne (Richard) e soprattutto Bryan Cranston (Sal), ciascuno impegnato a “tipicizzare” anche sul piano fisico/verbale i rispettivi personaggi. Possibile che a un occhio europeo l’epilogo suoni un po’ prevedibile, molto “americano”, e tuttavia Linklater è attento nel dosare gli elementi emotivi, nell’orchestrare un certo pessimismo ideale, nel far emergere il cosiddetto fattore umano. La canzone “Not Dark Yet” di Bob Dylan sigla la storia sui titoli di coda; ma se gli esperti del ramo riconosceranno le note toccanti di “Wide River to Cross” di Buddy Miller che contrappuntano il rito funebre, al termine del viaggio, quando un po’ di pace scenderà finalmente sul capo di quel padre straziato.

Michele Anselmi

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